PRESENTAZIONE DEL LIBRO “FRANCO MINISSI, UN MAESTRO PER IL MUSEO E PER IL RESTAURO” (Ed. Gangemi, di Sandro Ranellucci)

 

L’aspetto che meno mi convince nella presentazione dei libri è che le riflessioni medesime siano trasmesse a chi il libro non lo ha letto.

Che ancor più è probabile che dalle medesime persone forse neppure verrà letto. Pur essendo un libro un veicolo non univoco e unidirezionale tra un soggetto attivo ed un soggetto passivo.

Oltretutto essendo un libro parte di un processo di catalizzazione che ha bisogno della partecipazione attiva sia di chi scrive sia di chi legge.

E’ equivoco ritenere che possa bastare la presenza di un soggetto che comunica e di uno che si limita ad ascoltare.

Eviteremo pertanto di ripetere oralmente quanto scritto in forma più estensiva nel libro. Attribuiremo alla presentazione perciò un significato che in riferimento al libro pervenga ad un significato parzialmente autonomo.

 

La PRIMA RIFLESSIONE ribadisce quella che è la Premessa propria del Libro.

La quale consiste nell’incrollabile convinzione del ruolo di Maestro che senza alcun dubbio deve essere riconosciuto a Minissi.

Questo libro dedicato al suo ruolo magistrale è rivolto soprattutto a quel periodo di attività, non meno che trentennale nel quale ho avuto il privilegio di operare con continuità al suo fianco.

Un lungo periodo di operosità che comporta l’eredità di un peso non confontabile. In questo senso il libro costituisce il dovuto riconoscimento di ruolo.

Ma nel contempo ho inteso di dare   un contributo  in qualche modo innovativo nella determinazione della figura del Maestro in relazione alla poetica insita nella sua opera.

Rispetto a un tale  Maestro d’eccezionale risalto, prendendo ad occasione la considerazione puntuale della sua opera, ho ritenuto di accompagnare  l’elaborazione teoretica del settore della museografia e del restauro.

In altri termini ho ritenuto, nel perseguire l’itinerario critico dell’opera Minissi, di cogliere l’occasione al fine di individuare i nessi con l’articolazione logica degli ambiti disciplinari di museologia e museografia.

Dal che, nel tener conto dell’ottica insita nel suo approccio, è ribadita  la netta connessione tra museo e restauro.

 

Conseguentemente all’individuazione del ruolo di Maestro detenuto da Minissi derivano i contenuti della

SECONDA RIFLESSIONE.

All’interno della quale occorre sottolineare la vicenda della demolizione della copertura di Minissi a Piazza Armerina sui mosaici, come un particolare atto di lampante incoerenza. Reso più grave proprio da quel riconoscimento del suo ruolo.

Negli ultimi anni si è verificata un profondo contrasto  tra chi ha operato un’ opera distruttiva sulla copertura dei mosaici della Villa del Casale di Piazza Armerina e chi come l’autore di questo libro, che strenuamente ne ha difeso la conservazione.

Il suddetto contrasto è noto come si sia concluso purtroppo con l’alterazione in termini sostanziali di un’opera che oltre tutto per il suo arco di esistenza superava in termini numerici il prolungamento dei termini di tutela. Per quanto riguardava quell’opera di Minissi non esisteva alcun termine ragionevole per procedere alla demolizione di quell’architettura e alla sua sostituzione.

All’interno di questo nostro libro su  Minissi-Maestro di Restauro e museografia abbiamo preferito non indugiare, seppure probabilmente sarebbe stato ancora opportuno, in merito alle violenze subite da quell’opera di Minissi.

Certo non possiamo porre in risalto quanto abbiano finito per concorrere al gioco distruttivo degli occasionali detrattori,  sostanziali qualità della opera stessa di Minissi.

In particolare consistenti nella sua ferma convinzione, che l’approccio museografico debba estrinsecarsi tramite qualità di minimalismo e di reversibilitàMinimalismo e reversibilitàle quali sono del resto le caratteristiche che rendono difficoltosa nei musei anche la conservazione ed il restauro delle opere d’arte concettuale o povera.

E in effetti l’opera di Minissi si identifica con un linguaggio e una sostanza volte ad una dichiarata reversibilità. Abbiamo avuto modo di riflettere rispetto a ciò nel libro.

 

Il che ha offerto una pretestuosa occasione a chi ha ritenuto di poter fingere di poter non intendere. Materiali poveri intenzionali nonchè concezione d’opera aperta sono state intese come occasioni oggettive per fingere di poter relegare la copertura di Piazza Armerina al ruolo di una copertura strumentale.

Come se avesse potuto essere  sostituibile con una soluzione ben meno poetica e più banale.

 

All’interno di innumerevoli commenti che ho avuto modo di scrivere negli anni passati, distribuiti in differenti direzioni, avevo obiettato con vigore come non si dovesse assolutamente percorrere una strada diversa, che non fosse quella della conservazione dell’opera di Minissi nella sua manutenzione.

Sgarbi ha avuto la colpa di affidarsi ad una non pertinente obiezione, come se il materiale costitutivo di quella copertura fossero il ferro ed il perspex,  materiali non “simpatici” o di per sé “nobili.

In una obiezione del tipo di quella che in altra epoca aveva condotto alla demolizione dellacopertura delle Halles di Parigi.

L’assurdo è che il raffinato critico, promotore della demolizione della copertura dei mosaici di Piazza Armerina, è il medesimo che sempre invece si era dichiarato fermamente contrario (opportunamente, aggiungeremmo), alla demolizione della copertura sull’Ara Pacis concepita dell’architetto Morpurgo, del 1938, demolita probabilmente a sua volta solo in quanto colpevole d’essere sobria.

Quantunque egli fosse  contrario anche (altrettanto assai opportunamente, aggiungeremmo ancora), ad altre poco meditate aggiunte Moderne proposte da altri all’ingresso degli Uffizi o a ridosso del Palazzo dei Diamanti a Ferrara.

Rispetto a questa consistente e molto opportuna linea di giudizi fondata sul rispetto, (costantemente altrove mantenuta dall’oculato critico Sgarbi), ci siamo trovati con lui in realtà ad essere sempre d’accordo in una comune linea di coerenza. Ma in merito alla demolizione della copertura di Piazza Armerina no.

Quella linea di rispetto che non ha mai voluto la demolizione di preesistenze storicizzate, chissà perché ha dovuto essere contraddetta da Sgarbi nella distruzione della copertura di Minissi a Piazza Armerina!

A parte  il frettoloso odio dichiarato per il ferro, costitutivo della struttura, e per il minimalismo della sua impronta, a pretesto è stata presa, in tale forma di abbaglio incoerente, la demolizione per l’inefficenza della copertura rispetto ai mosaici. Il che null’altro è che un pretesto, come se dopo oltre mezzo secolo non si potesse ricorrere asoluzioni adatte al mantenimento della finalità protettive adottate da Minissi. Conseguendo esiti migliorativi rispetto alla soluzione tecnica prescelta una settantina di anni fa. In effetti in quegli anni Cinquanta la soluzione impostata sulla protezione tramite lastre di perspex era parsa davvero innovativa e risolutiva.

A distanza di tanto tempo in realtà  molti requisiti da parte di superfici rigide trasparenti avrebbero potuto essere essere ben numerosi.

Non è questa la circostanza per entrare approfonditamente nel merito di efficaci soluzioni possibili che in proposito sono state affrontate. Abbiamo ritenuto all’interno di tesi di laurea di confrontare il progetto di Minissi a Piazza Armerina con le tecologie delle strutture d’ingresso ai centri Apple nelle maggiori metropoli, o con numerose architetture di Kengo Kuma o di Foster o di altri in tante altre circostanze.

Verificando come tante direzioni avrebbero potuto essere intraprese, piuttosto che incorrere precipitosamente e inopportunamente nella demolizione dell’opera di Minissi.

 

A questo punto vale la pena di rilevare, in una  TERZA fase di RIFLESSIONE:

che una volta compiuto il sacrificio di Piazza Armerina non manca il rischio di  trovarsi di fronte ad altre ipotesi di sacrificio di altre soluzioni magistrali di Minissi in una chiave di esigenza di rinnovamento.

Ignorando in tale circostanza che la conservazione delle opere di Minissi, testimonianze di cultura storicizzate, potrebbero essere conciliate sia con i più attuali miglioramenti sul piano dell’efficienza sia nella direzione di ipotesi estensive del museo sul piano dimensionale.

Ora che il misfatto di Piazza Armerina si è compiuto, pertanto, il rischio è addirittura che esso possa costituire una premessa ad intraprendere la dimolizione di tutto quello di Minissi che appartiene agli anni Cinquanta e alla seconda metà di quel secolo scorso.

In una recente conversazione che ho avuta con il critico Sgarbi egli stesso mi ha confessato di essere assai perplesso di fronte a sprovveduti inviti ricevuti finalizzati a sponsorizzare la sostituzione di altre strutture museali di Minissi fondamentali, quali il museo archeologico Orsi, ad esempio, a Siracusa. Alla quale potrebbe seguire quella di altre strutture museali dello stesso autore, colpevoli solo d’appartenere a quei medesimi anni Cinquanta.

Come se non esistessero soluzioni alternative più corrette rispetto alla distruzione di esemplari opere dell’intelletto.

Su alcune direzioni inerenti la possibilità di acquisire ulteriori superfici ad una certa funzione museale, o di conseguire forme di rinnovamento ho avuto modo di soffermarmi ad esempio nel volume che ho dedicato alle ”Addizioni museali”.

In queste occasioni nella possibilità di un ricorso alle cosiddette “addizioni”, intese come la concezione di strutture museali aggiuntive,

sono state adottate soluzioni che oramai vanno a consolidarsi.

La porzione del museo in aggiunta, magari collocata a debita distanza dall’architettura considerata storicizzata, viene posta in tali casi in collegamento tramite un collegamento ipogeo, o distaccato mediante uno specchio d’acqua, come risolto ad esempio da Piano,nell’estensione del Kimbell Art M. o in virtù d’una duna, o d’una barriera vegetale.

E’ necessario che non si intenda il museo e le relative problematiche come quelle che contemplano la possibilità di sostituire la scatola museale storicizzata con una nuova scatola museo destinata a rinnovare la comunicazione di un brand, oltre che troppo ambizioso, anche stonato rispetto ai principi della museografia.

 

Le soluzioni non mancano.

 

Essenziale è che sia ben chiaro, tornando al nostro argomento, il presupporto del rispettoche è necessario che venga attribuito a ciascuna delle opere esemplari dell’intelletto, quali sono per l’appunto le opere pervenuteci da. Minissi.

Pertanto l’esigenza è che si consideri storicizzata l’opera Moderna che ha validi requisiti temporali e di rappresentatività. Che si proceda alla manutenzione progressiva delle sue strutture, cosicchè possa svolgere degnamente la sua funzione.

Che riceva una sostituzione di dettagli costruttivi in chiave dei conseguimenti più reenticoerenti con le qualità dell’opera.

Che riceva l’eventuale affiancamento in addizione di una porzione museale concepita in modo da non determinare uno snaturamento dell’opera storicizzata suddetta. Se i suddetti requisiti metodologici fossero stati rispettati non ci troveremmo a rimpiangere l’opera più nota e rappresentativa di Minissi, oggi perduta.

 

Una verifica dei suddetti requisiti metodologici sarebbe opportuno che fosse affidata possibilmente preventivamente in qualunque sede di sperimentazione universitaria. In sottrazione a qualunque poco meditata iniziativa distruttiva.

 

 

WOODY ALLEN, TALAMONE, SUTRI E LA NECESSITA' DI UN APPROCCIO DEL RECUPERO NEI BORGHI DELLE MODALITA' COSTRUTTIVE PREMODERNE

 

 

Qualche giorno fa ho portato miei amici a visitare Talamone. Borgo sul mare in una posizione di grande fascino a nord di Orbetello. Si trattava di una giornata di sole successiva ad una serie di giorni di pioggia, adatta a mettere il naso fuori casa e a visitare un borgo arroccato come Talamone.. Erano le ore della mattinata avanzata. Eppure le strade interne alle mura erano più o meno deserte. Nonostante il grande fascino degli affacci, verso l’Argentario, o verso il porto, o verso l’entroterra della Maremma. La condizione di scarso successo turistico di quel luogo in quel momento mi colpiva, nelle ore in cui ero certo che altri luoghi analoghi in quelle ore erano maggiormente oggetto di visita da parte del turismo domenicale o di frequentazione dei residenti nel borgo pervenuti nel fine settimana. Poche le auto nel parcheggio e nessun pubblico di gitanti.

Per cui non mi ha stupito leggere sul maggiore quotidiano locale il commento di un affezionato amministratore che segnalava l’esigenza di “sistemare le strade e organizzare più eventi nel borgo”. E lamentava la condizione del “manto stradale sonnesso, il guano dei piccioni, i cestini della spazzatura stracolmi e i negozi chiusi”. Nella critica cadono le condizioni di manutenzione del verde e dei fiori, come si conviene ad un paese turistico. La conseguenza, è rilevato dal politico intervistato dal quotidiano, è che “a settembre le saracinesche degli esercizi commerciali, ad eccezione del negozio di alimentari, del tabaccaio e del forno, si abbassano e a Talamone a novembre non c’è una struttura ricettiva aperta.”  Ed è vero, gli elementi di critica di cui mi avveniva di leggere erano corrispondenti a quanto osservavo nella passeggiata con i miei amici. Talamone offriva un colpo d’occhio naturalisticamente bellissimo, ma ad un’osservazione più attenta era sciatta, disordinata, ma soprattutto priva di caratteri costruttivi coerenti con un borgo storico. Densamente caratterizzata piuù che altro da infissi di alluminio, da ciotole di cemento, da balconi vuoti da palazzina di periferia. Diciamolo con esattezza. Al di la’ delle osservazioni accorate e sincere del politico Lauricella, quanto ha reso poco “desiderabile” Talamone rispetto alle sue potenzialità è soprattutto l’incoerenza del borgo con il riscontro di caratteristiche materiche e costruttive premoderne, quelle coerenti con le modalità storiche. Sostituite dalle modalità moderne di Albinia e delle periferie urbane più sciatte.

“Per Talamone chiediamo più attenzione e cura, più valorizzazione e maggiore promozione turistica e più decoro” Richieste accorate e sincere, ma che io che ho dedicato i miei studi e il mio lavoro al restauro urbano so che non bastano per risolvere l’incoerenza rispetto alla cancellazione delle qualità costruttive premoderne, e quanto non siano specifiche alla materia.

Come concludere le osservazioni inerenti il tentativo di individuare le cause del degrado rilevato dal politico residente, procedendo però per itinerari più esatti e pertinenti? Pur mantenendo la sinteticità delle presenti osservazioni? Da un lato con un rinvio al mio libro “Restauro Urbano Armonico”, ed. Gangemi, tra i tanti da me dedicati al tema Dall’altro con una sintetica citazione di un brano filmico di Woody Allen, laddove il regista americano attribuisce il massimo della pena all’inventore dell’alluminio anodizzato.

(fare clic sul link qui appresso)

https://www.youtube.com/watch?v=0EvH3ja66iA

Non starei a dire che  Woody Allen abbia espresso la propria condanna in rapporto allo scempio tramite la sostituzione degli antichi infissi con quelli di alluminio attuata negli scorsi decenni a Talamone. Ma la sua condanna è senza appello e senza possibilità di perdono. Una condanna tanto drastica da non richiedere ulteriore commento visto che non risulta citata tra le cause di degrado poste in risalto nella intervista sul quotidiano. Non c’è qui lo spazio per tutti gli sviluppi disciplinari che ho dedicato al dema del degrado dei borghi nei miei libri. Ma se si potesse porre rimedio a Talamone già al tema degli infissi in alluminio si potrebbero accantonare già tante purtroppo deboli motivazioni quali quelle a cuore a tanti amministratori.

E’ questo del resto l’approccio chei accomuna il mio modo di risolvere il degrado nei borghi a quello più diffuso tra i politici. Lo si riscontra ad esempio con le modalità adottate da Sgarbi a Sutri nel suo aprrocio da sindaco a quel borgo. Nel senso che anche in quel caso l’approccio è stato, come nel mio in rapporto all’alluminio, un approccio consistente nei materiali non coerenti con quelli premoderni che avevano preceduto quelle funzioni. Qualcuno sarà rimasto sorpreso dal fatto che senza esitazione il sindaco-critico ha dato grande ruolo alla sostituzione di tutti i vasi ornamentali di plastica per le strade e le piazze di Sutri con altrettanti in cotto provenienti dalle eccellento manifatture in cotto di Deruta. Due interventi, inerenti l’eliminazione degli infissi in alluminio e delle ciotole in cemento, che rappresentano solo un inizio, ma pienamente coerenti con la logica decisiva del recupero deile modalità realizzative urbane premoderne.

La prosecuzione di questo racconto è nel mio suddetto riferimento bibliografico, e in quelli che amerei resocontare con quei sindaci, quegli assessori e quei politici appassionati che volessero prendere un caffè con me. Senza respingere il mio interesse su base disciplinare come fosse impiantato su base intellettualistica priva del pragmatismo privo delle sufficienti garanzie del fare.

MINISSI, UN MAESTRO PER IL MUSEO E PER IL RESTAURO. ED. GANGEMI

L’aspetto che meno mi convince nella presentazione dei libri è che tali presentazioni siano rivolte a chi il libro non lo ha letto. Che è probabile che forse neppure lo leggeranno. Un libro è un veicolo di comunicazione non univocamente unidirezionato tra un soggetto attivo ed un soggetto passivo. In realtà il libro è parte di un processo di catalizzazione che ha bisogno della partecipazione attiva sia di chi scrive sia di chi legge. E’ equivoco ritenere che possa bastare la presenza di un soggetto che comunica e di uno che si limita ad ascoltare. Eviteremo in questa riflessione di ripetere pedissequamente quanto è contenuto in forma più estensiva nel libro.

Attribuiremo al questa presentazione del libro perciò un significato che procedendo da esso pervenga ad un significato parzialmente autonomo. La PRIMA RIFLESSIONE, nella quale ci soffermiamo, ribadisce in realtà quella che è la Premessa propria del Libro.

La quale consistenel ruolo di Maestro che senza alcun dubbio va riconosciuto a Minissi. Il libro inerente il ruolo magistrale di Minissi è rivolto ad un periodo di attività trentennale al quale ho avuto il privilegio di partecipare con continuità al suo fianco. La quale comporta un’eredità dal peso di per sé difficilmente paragonabile.

In questo senso il libro costituisce il dovuto riconoscimento di ruolo e di meriti. Rispetto ad un Maestro d’eccezionale risalto, prendendo ad occasione la considerazione puntuale della sua opera, occorre che si accompagni l’elaborazione teoretica più ampia ed approfondita nel settore della museografia. Nel libro ho inteso di aver di aver dato  un contributo parzialmente innovativo nella determinazione della figura del Maestro in relazione alla poetica insita nella sua opera. Perseguendo con meticolosità l’itinerario critico di Minissi, ho mirato a configurare in maniera compiuta l’articolazione logica degli ambiti disciplinari di museologia e museografia. Il che, tenendo conto dell’ottica con precipue finalità conderative insite nell’approccio di Minissi, ribadisce la netta connessione tramuseo e restauroNellaSECONDA RIFLESSIONEintendo sottolineare la demolizione della copertura di Minissi a Piazza Armerina sui mosaici particolarmente come un atto di lampante incoerenza. Negli ultimi anni si è verificata una profonda spaccatura tra chi ha operato un’ opera distruttivasulla copertura dei mosaici della Villa del Casale di Piazza Armerina e chi come chi scrivestrenuamente ne ha difeso la conservazione. Il suddetto contrasto è noto come si sia concluso con l’alterazione in termini sostanziali di un’operache oltretutto superava per il suo arco di esistenza quanto previsto dal prolungamento dei termini di tutela.

In rapporto alla suddetta opera non sussisteva dubbio dubbio che nonesisteva alcun termine ragionevole per procedere alla demolizione di quell’architettura e alla sua sostituzione. All’interno di questo nostro libro su Minissi-Maestro di Restauro e museografia abbiamo preferito non indugiare per quanto forse sarebbe stato opportuno in merito alle violenze subite dall’opera di Minissi. Hanno finito per concorrere al gioco distruttivo degli occasionali detrattori sostanziali qualità della sua opera. In particolari consistenti nella ferma convinzione, da parte di Minissi, che l’approccio museografico debba estrinsecarsi tramite qualità di minimalismo e di reversibilità. Minimalismo e reversibilità sono del resto le caratteristiche che hanno reso difficoltosa nei musei la conservazione ed il restauro delle opere d’arte concettuale o povera.

Identificandosi l’opera di Minissi con un linguaggio e una sostanza volte per l’appunto ad una dichiarata reversibilità, come ci si è soffermati a riflettere nel libro, la qual cosa ha offerto una pretestuosa occasione a chi ha ritenuto di poter fingere di poter non intendere. Materiali poveri intenzionali e concezione d’opera apertavengono intesi correntemente come occasioni oggettive per fingere di poter relegare la copertura di Piazza Armerina al ruolo di una copertura strumentale sostituibile con una soluzione ben meno poetica e più banale. All’interno di innumerevoli commenti scritti negli anni passati, distribuiti in differenti direzioni, avevo obiettato con vigore come non si dovesse assolutamente percorrere una strada diversa, che non fosse quella della conservazione dell’opera di Minissi. Affidandosi Sgarbi alla non pertinente obiezione che il materiale costitutivo della copertura di Minissi fosse colpevolmente il ferro, quindi un materiale non “simpatico” o di per sé “nobile”. In definitiva riferendosi ad una obiezione analoga a quellla che portò allademolizione delle preziose coperture delle Halles di Parigi.L’assurdo è che il raffinato critico Sgarbi, promotore della demolizione della copertura di Minissi,è il medesimo che sempre invece si era dichiarato fermamente contrario (opportunamente, aggiungeremmo), alla demolizione della copertura sull’Ara Pacis concepita dell’architetto Morpurgo, del 1938, demolita probabilmente in quanto colpevole d’essere sobria. Quantunque egli fosse contrarioanche (altrettanto assai opportunamente, aggiungeremmo), ad altre poco meditate aggiunte Moderne proposte da altri all’ingresso degli Uffizi o a ridosso del Palazzo dei Diamanti a Ferrara.

 

Rispetto a questa consistente e molto opportuna linea di giudizio fondata sul rispetto, (costantemente mantenuta dall’oculato critico Sgarbi), ci siamo trovati con lui in realtà ad essere sempre d’accordo in una comune linea di coerenza. La sua linea di rispetto che non ha mai voluto la demolizione di preesistenze storicizzate, chissà perché ha dovuto essere contraddetta la distruzione della copertura di Minissi a Piazza Armerina!

A parte l’odio dichiarato per il ferro costitutivo della struttura, e per il minimalismo della sua impronta, è stato preso a pretesto è stata presa a pretesto in tale forma di abbaglio incoerente la demolizione perl’inefficenza della copertura rispetto ai mosaici.

Come se dopo oltre mezzo secolo non potessero ricorrere a soluzioni adatte al mantenimento della finalità protettive di Minissi fossero migliorative di una soluzione tecnica in perspex di una settantina di anni fa. Negli anni Cinquanta la soluzione di protezioni in lastre di perspex era parsa innovativa e risolutiva. A distanza di tanto tempo in realtà gli avanzamenti sotto il profilo di molti requisiti da parte di superfici rigide trasparenti avrebbero potuto essere bennumerosee verificatenella pratica di numerose realizzazioni ovunque verificate.Non è questa la circostanza per entrare nel merito di soluzioni che in parte già abbiamo affrontato altrove. E’ sufficiente evocare il progetto di Minissi a Piazza Armerina conciliandole con le tecologia delle strutture d’ingresso ai centri Apple nelle maggiori metropoli, o nelle architetture di Kengo Kuma o di Foster o in tante altre occasioni. Tutto piuttosto che incorrere precipitosamente nella demolizione dell’opera di Minissi.

Vale la pena ribadire, in una TERZA RIFLESSIONE: che dopo il sacrificio di Piazza Armerina non mancano alcune altre ingenue ipotesi di rimodernare anche altre soluzioni magistrali di Minissi in una chiave di superficiale soddisfacimento del brand. Ignorando che la conservazione delle opere di Minissi, testimonianze di cultura storicizzate, potrebbero essere conciliatesia con i più attuali miglioramentisul piano dell’efficienza sia nella direzione di ipotesi estensive del museo sul piano dimensionale. Ora che il misfattodi Piazza Armerina si è compiuto, pertanto, il rischio èaddirittura che esso possa costituire un invito ad intraprendere la dimolizione di tutto quello che appartiene a quella stessa fase storica.

 

In una recenteconversazione conil critico Sgarbi egli stesso mi ha confessato di essere assaiperplesso di fronte a sprovveduti inviti a sponsorizzare la sostituzione di altre strutture museali di Minissi fondamentali, quali il museo archeologico Orsi, a Siracusa.

Alla quale potrebbe seguire quella di altre strutture museali dello stesso autore, colpevoli solo d’appartenere a quei medesimi anni Cinquanta. Come se non esistessero soluzioni alternative più corrette rispetto alla distruzione di esemplari opere dell’intelletto. Su numerose direzioni inerenti la possibilità di acquisire ulteriori superfici ad una certa funzione museale ho avuto modo di soffermarmi ad esempio nel mio volume sulle ”Addizioni museali”. In queste occasioni nella possibilità di un ricorso alle cosiddette “addizioni”, intese come la concezione di strutture museali aggiuntive, sono state adottate numerose soluzioni, magari collocate a debita distanza dall’architettura storicizzata, posta in collegamento tramite un collegamento ipogeo, o distaccato mediante uno specchio d’acqua, come risolto da Piano,nell’estensione del Kimbell Art M. o in virtù d’una duna, o d’una barriera vegetale.

E’ necessario che non si intenda il museo e le relative problematiche come quelle che contemplano la possibilità di sostituire la scatola museo storicizzato con una nuova scatola museo destinata a rinnovare la comunicazione di un brand, oltre che ambizioso, stonato rispetto ai principi della museografia.

Le soluzioni non mancano. Se è ben chiaro il presupporto del rispetto che è necessario che venga attribuito a ciascuna delle opere esemplari dell’intelletto, quali sono per l’appunto tutte le opere che ci sono pervenute da Minissi.

 

 

 

 

GUIDA AI PROGETTI NEL BORGO MAREMMANO DI PERETA

Sono stati stanziati trentottomila euro per la realizzazione del parcheggio di Pereta, piccolo borgo con le sue mura, appartenente al Comune di Magliano in Toscana. Quel territorio maremmano ha mantenuto una sua fisionomia di estrema gradevolezza anche grazie alla povertà che tutto sommato ha visto contenere in esso le modificazioni innovative moderne. E’ davvero in effetti una grande fortuna e un miracolo che Pereta tuttora riesca a determinare innamoramenti in chi vi si imbatte. Cosicchè dopo tutto non sono tante le alterazioni in cemento armato, le pavimentazioni stradali in asfalto o piastrelle prefabbricate, i guard rail di zinco, e via via quanto pareva agli amministratori utile per attribuire una caratteristica di modernità al borgo. Non sono pochi quanti ancora pervengono a Pereta con ammirazione; tanto che ancora la scorsa settimana in merito a questo borgo si leggeva sul quotidiano LaRepubblica: “...minuscolo, arroccato, fuori dal tempo, i vicoli stretti, le mura aldobrandesche, i rintocchi della storia alla campana della Torre dell’orologio...”.Allora sarà possibile nonostante la realizzazione del parcheggio non intaccare le caratteristiche che Pereta detiene di borgo perduto pur concedendo una funzionalità al parcheggio che non sia deturpante, da periferia urbana? Vittorio Sgarbi nel tempo in cui ha operato a Sutri come sindaco ha conseguito attraverso strumenti di gusto l’inserimento tra i Borghi più belli d’Italia. Ma fin dall’inizio egli aveva avuto idee chiare e si era scagliato contro i vasi di plastica e di cemento nelle strade e negli androni; e anche contro gli infissi in alluminio, contro i comignoli di cemento e i climatizzatori sui tetti. Diffondendo piuttosto per le strade di Sutri vasi in cotto realizzati a Deruta.Precedentemente alla diffusione nei borghi di arredi in cemento, in plastica, in alluminio o di pompe di calore, ci si serviva abitualmente per il decoro e per i dettagli abitualmente di ciottoli, di pietre, del legno, del ferro battuto. Cosicchè era spontaneo che ne detivassero vicoli e spazi di grande fascino. Avvenendo poi che qualunque muro, realizzaro magari a secco con pietre sovrapposte, con il filo inclinato a scarpa, oltre che a conseguire un migliore contrasto ai terremoti, determinava già di per sé grande parte del fascino nel borgo. Come si potrà ora realizzare un parcheggio a Pereta, a ridosso delle mura trecentesche e della porta urbana,che conseguendo i requisiti positivi della contemporaneità, possa non costituire una retrocessione per quanto riguarda quel contesto? Dal momento che è trascorso il tempo in cui si considerava degno di attenzione solo il costruito interno alle mura urbane, oggi quanto è immediatamente esterno ad esse va considerato con la medesima attenzione Nel senso che non può più essere considerato degno il borgo interno alle mura, trascurando il panorama esterno e il territorio, nello specifico quello maremmano.In vista che si concepisca e si realizzi il parcheggio a Pereta, occorreai progettisti e agli amministratori si offra un supporto che determiniun miglioramento di quel contesto, o quanto meno non dia luogo addirittura adun peggioramento. Non vorrei intraprendere considerazioni molto complesse, come ho fatto in tante mie pubblicazioni, e determinerei piuttosto una base di appoggio efficace e pragmatica.1. Un primo fondamentale suggerimento consiste nella possibilità che il progettista del parcheggio si avvalga della raccolta da me predisposta allo scopo,in merito ai modi costruttivi premoderni, nel mio “Manuale del recupero della Maremma grossetana”, pubblicato inEsempi di Architettura. Laddove egli troverà numerose modalità costruttive attraverso le quali filtrerà il progetto. Nel caso in cui tale riferimento manualistico riferito alle modalità costruttive premoderne apparisseancoraal progettista in qualche modo troppo teorico o complesso, per costituire una modalità concreta di supporto, a costo che il nostro approccio possa rischiare di apparire addirittura superficiale, piuttosto che cadere nell’ipotesi di un deturpamento identificabile nell’attuazione di tecniche di cantiere moderniste, proporrei piuttostoun secondo livello di supporto. 2. Ci si potrebbe riferire in questa seconda ipotesi,in un’assunzione di concrete esemplificazioni di carattere cotruttivo,al Castello della Marsiliana, che nella continuità delle manutenzioni e dei restauri dedicati nel tempo a quel complesso monumentale, ha dato luogo ad un vero e proprio Manuale reale e concreto delle modalità costruttive premoderne, coerente con la cultura architettonica tradizionale del territorio maremmano. Un’osservazione attenta che dovremo attribuire ai dettagli in entrambe le due ipotesi, (1) a costruiti in pietra, in legno, in ferro, in cotto, nell’ambito della Maremma grossetana, oppure più immediatamente (2) al complesso del castello della Marsiliana, entrambecostituiranno per il progettista del futuro parcheggio del borgo di Pereta una guida sicura e meditata per quanto riguarda estetica e modalità costruttive.Le quale non resteranno che d’essere completate nella continuità del verde dei lecci, degli ulivi e dei cipressi. Da queste ultime risulterà schermata e attenuatal’inevitabile mare di lamiera. Qualora non si adottasse un puntuale riferimento alla possibilità di questo doppio percorso si dovrà accettare che ad un parcheggio piu’ ampio debba corrispondere una fionomia più sciatta e piu’ banale per il borgo.

 

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