MUSEUM, Il trattato del museo, Ed. Gangemi, 2016

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MUSEUM. IL TRATTATO DEL MUSEO Ed. Gangemi, 2016

PREMESSA

 

Si deve considerare abituale e congeniale alla cultura del museo il passaggio da un'impronta con caratteristiche unitarie e oggettive ad una fisionomia oramai sfaccettata, per nulla più leggibile compattamente. Fino al secolo scorso, in una lunga fase di maturazione in ambito internazionale, gli scritti inerenti il museo tendevano più che altro a forme di cultura manualistica. Nell'esplicitazione delle tipologie, dei percorsi, dei concetti di illuminotecnica. Tutto ciò finché si è pervenuti al fondamentale evento ricostruttivo dei musei italiani, successivo al secondo evento bellico mondiale, dal quale fu evidenziato il limite di un'interpretazione prettamente pragmatica, che fosse rivolta esclusivamente a finalità conservative e rappresentative. Le distruzioni dopo la guerra non risparmiarono i grandi musei. A porre rimedio ad esse si iniziò fino dagli anni cinquanta, allorchè fu dato inizio ai primi interventi. Allorchè la cultura del conservare e dell'esporre nel museo prese spontaneamente ad intersecarsi con il senso dello spirito critico appartenente alle problematiche del restauro. Assumendo da quell'ambito una speciale sensibilità per le esigenze di riconoscibilità dell'autentico e dell'originale, e per quelle inerenti le metodologie integrative delle lacune.

La ricchezza di modalità attuative nel museo in quei mitici decenni passavano per i progetti di Scarpa, di Albini e degli altri che da allora si prese a riconoscere come

I Maestri della Museografia, prettamente italiani, ma in grado di estendere la loro influenza in tutto l'ambito internazionale. Era quello il periodo nel quale, con numerose e consistenti riprove sul piano attuativo si assisteva allo sviluppo unitario di fasce comuni tra Restauro, Museografia, Museologia, senza neppure che questo coacervo unitario rinunciasse ai propri addentellati con la cultura complessiva dell'architettura. Negli scritti di Minissi in quegli anni e nei successivi si rileva, in una forma venata di un ottimismo che egli esprime particolarmente in “Il museo degli anni Ottanta, come la Museografia scaturisca dal matrimonio tra Restauro e Musealizzazione. Una forma propositiva, quella di Minissi, nella quale egli conia concetti ed equivalenti verbali rivoluzionari fin dall'atto della loro prima espressione. Che ben presto furono assunti e resi interni anche alla cultura degli archeologi, i quali attendevano un contributo di tale consistenza per maturare quanto si era attestato insufficientemente solo attorno ai criteri dello scavo. Musealizzazione all'aperto” e “Museo a cielo aperto” si spostano dall'ambito del museo ai convegni degli archeologi. Introducendo la possibilità di percorsi unitari maturati nella concezione e nella progettazione del museo tradotti alla sistemazione del sito archeologico. In base a concetti tendenti a ribaltare in forma rivoluzionaria il feticismo del museo in un'estensione dei termini che assume la complessita' insita in Conservazione in situ, Musealizzazione dei siti archeologici, dei contesti tradizionali e ambientali, che Minissi matura nei suoi rapporti con Brandi, Ragghianti, Argan, e De Angelis d'Ossat. Fino ad una interpretazione desiderosa di coinvolgere all'interno del concetto di musealizzazione persino le problematiche del recupero dei borghi. Fino ad un concetto di musealizzazione attiva al quale egli affida, insieme ad Argan, il ruolo di esorcizzare il timore che possa interpretarsi il centro storico come museo nel rischio di una sua mummificazione.

Nell'ambito di questa ricchezza di problematiche si è sviluppato il nostro trentennale insegnamento di Museografia nell'Università Internazionale dell'arte, alla quale pervenimmo in base ad un incarico di Ragghianti. Oltre che nella lunga fase della collaborazione con Minissi, proseguita negli anni dei corsi di Museografia presso la Facolta' di Valle Giulia, e nell'esperienza di collaborazione con Carbonara nella sua Scuola di Specializzazione, nella quale inevitabilmente ci trovammo ad approfondire le potenzialità del concetto di Vitalizzazione di antichi contesti secondo criteridi museologia. Esperienze didattiche dalle quali scaturirono coerentemente le riflessioni identificate nel testo di “Museografia”, al quale ci dedicammo dall'interno della Scuola di Specializzazione; nel mio volume Progetto del museo”, promosso dall' Università Internazionale dell'Arte di Firenze; e in quello di Allestimento museale in edifici monumentali”, che fondai sulle esperienze intraprese nelle sedi romane.

Nei testi di quegli anni mettevamo mano ad una destrutturazione del museo dal suo interno, pur senza rinnovare l'illusione di una possibilità di manualistica (con la quale mi cofrontai in “Progetto del museo”). Nonchè ad uno sviluppo del concetto di musealizzazione attiva, (in “Museografia”), e ad un riesame del museo nella ricostruzione del dopoguerra nella rivoluzione nel moderno concetto di museografia (in “Allestimento museale in edifici monumentali”).

Quanto precede prosegue con numerosi apporti fino alla conclusione del secolo scorso, allorquando si verifica come la cultura del museo diviene oggetto di una profonda trasformazione, che la porta a rinunciare rapidamente all'aspirazione a stabilir nessi tra segno e significato. Lo sviluppo di un linguaggio “liquido” in architettura, prevalso dalla fine della scorso secolo ai nostri giorni, in breve ha messo in crisi qualunque semiologia dell'architettura, accompagnandosi alla rinuncia ad ogni velleità di stabilir nessi tra contenitore e contenuto. Cosicchè nell'insegnamento universitario in termini di definizione di raggruppamento si è assistito che senza un commento si divaricassero i destini disciplinari di Restauro, da un certo momento in poi confinato in una sua omogeneità esclusiva con la Storia, e quelli di Museologia, limitati nell'ambito di Lettere e dei corsi di Beni culturali. Divaricazione dalla quale i destini di Museografia risultano oggi ricondotti esclusivamente a quelli di Allestimento e di Architettura degli interni (!), quasi in una sorta di identitaria pratica vetrinistica. Mentre i destini del contenitore museale appaiono confinati in una astrazione del concetto di Architettura del museo in una gestione esclusiva dei corsi di Composizione. Il che ha determinato una polverizzazione di componenti disciplinari rapida e ineluttabile quanto quella nell'esplosione mitica del Zabriskie Point di Antonioni. Nell'allontanamento da un senso unitario reversibile solo ricorrendo alla metafora di un museo che nel passaggio di secolo si è identificato, in base a un processo involutivo, da liturgia dei Maestri all' autoreferenzialità oggi diffusa. Da una fase liturgica improntata su segni forti architettonici, in connessione con quelli dei documenti e della storia, impregnata secondo l'etica del Moderno; fino ad una autoreferenzialità postmoderna affidata ai singoli casi, riconoscibile nella logica del brand che si afferma all'inizio del corrente millennio. Identificabile in uno sbadato e involutivo processo di rinuncia alla valorizzazione del patrimonio critico acquisito. Di tale fase formalistica del processo, che sarebbe sbrigativo e superficiale liquidare nei termini formali di superamento dell'angolo retto, ci siamo occupati in “Addizione museale”, intraprendendo una sorta di destrutturazione che immunizzasse dai rischi insiti nell'assecondamento di un flusso di evoluzionismi modaioli.

In questa condizione, di fronte alla tendenza diffusa negli ambiti compositivi delle facoltà di architettura a considerare privo d'interesse e superato il percorso della Museografia, nella pretesa di una sua divaricazione dalla Museologia, abbiamo ritenuto significativo in questo libro ricomporre i pezzi dell'esplosione dall'originaria unitarietà disciplinare, mantenendo la traccia delle frammentarietà solo al fine di aumentare il potere di significazione dell'insieme. Attribuendo al libro la fisionomia di un recupero consapevole di senso unitario e compiuto, fondandolo su un collage di brani in svariati contesti concepiti.

 

La suddetta esigenza, di procedere ad un recupero del carattere unitario di una cultura consolidata e cresciuta intorno al concetto di museo, ci pare particolarmente necessaria in rapporto (e in contrasto) con quanto superficialmente espresso da taluni ambiti, prettamente riconducibili a talune frange dell'ambito disciplinare della Composizione. Sintetizzabile nello scritto di un membro di commissione per l'Abilitazione nella fascia degli ordinari relativa alla Progettazione Architettonica (P. Ciorra, Verbale di Commissione, 2013): Una disciplina, quella del restauro e allestimento museale, che da un lato è conteso da settori diversi, e dall'altro, almeno nella sua forma attuale, va scomparendo, poiché fondato su concezioni museologiche e procedure allestitive considerate sempre meno 'attuali' (testuale).

Il nostro lettore, informato e sensibile rispetto alla ricchezza delle problematiche riconoscibili in contemporaneità nell'ambito museologico e museografico, siamo certi che stenterà a condividere nelle suddette asserzioni che la cultura del museonella sua forma attuale vada scomparendo, fondata su concezioni museologiche e procedure allestitive considerate sempre meno attuali”; (ammesso che una condanna di questo genere possa esprimersi in una sede in cui è la qualità dello studioso l' oggetto e non l'apprezzamento declinante della disciplina. Il suddetto atteggiamento contrastando indubbiamente con quella che è la nostra convinzione, che la odierna multiformità degli approcci al museo debba essere sottratta alla banalizzazione in una concezione evolutiva equivocamente identificata nei limiti di una fenomenologia di moda.

 

Prof.Ranellucci. Comignoli ai due venti per PERETA E MAGLIANO. (Clicca sulle immagini).

Prof.Ranellucci. Comignoli ai due venti per PERETA E MAGLIANO. (Clicca sulle immagini).

04. AI DUE VENTI IN COPPI E MATTONI 02. AI DUE VENTI IN COPPI E MATTONI03. AI DUE VENTI IN COPPI E MATTONI AI DUE VENTI IN COPPI E MATTONI

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