L'INVITO DI LUCA ZEVI A VITTORIO SGARBI. E' indispensabile che i nostri ponti oltre che deperibili siano brutti?

Ho letto  del contatto  rivolto a Vittorio Sgarbi da parte di Luca Zevi, esimio architetto e figlio dell’illustre critico Bruno Zevi, in rapporto all‘auspicio, a suo dire,  di un restauro conservativo di quanto resta  del ponte di Morandi.

Potrò apparire propenso a prendere le mosse apparentemente troppo da lontano. Da quando “merda d’artista” è entrata in museo l’esigenza di bellezza nel nostro panorama culturale si è a dir poco attenuata. Ma se la scatoletta del prezioso prodotto tutt’al piu’ rende disadorna la vetrina museale che la ospita, allorchè l’oggetto della nostra metafora nei decenni è dilagato nel giudizio estetico in sede d’architettura, o nel paesaggio,  solo Tom Wolfe è rimasto a soffrirne, nel suo “Maledetti architetti”. In realta’ nelle scuole di architettura nessuno insegna a ritenere che quando l’abbandono d’un criterio di bellezza si trasferisce dalla vetrina museale all’ambiente delle città e delle campagne la responsabilità d’un degrado inarrestabile si fa grave, strettamente connessa alla qualita’ del contesto di vita.
Dopo il drammatico crollo di Genova sono sorprendentemente numerose le voci che del ponte di Morandi hanno auspicato il restauro conservativo, l’integrazione della pozione perduta, la sistemazione dei monconi restanti. Una posizione di tal genere è stata sottoscritta in base a numerose firme in un convegno dell’Inarch, nel consenso integrale della Associazione Sira, che raccoglie i docenti di Restauro delle università italiane. Avendo segnalato la mia perplessità rispetto ad un restauro del genere del ponte, la mia appartenenza
alla Società Italiana per il Restauro dell’Architettura è stata inopportunamente cancellata.

Proviamo a sottoporre ad un controllo sommario le disgrazie e i crolli da cui sono stati interessati i ponti nel nostro paese.
In una macabra progressione precedentemente al ponte di Genova, nel 6 agosto 2018 è crollato il viadotto ponte dell’autostrada, raccordo Casalecchio A1-A14.
Il 18 aprile 2017 è crollato il viadotto a Fossano (Cuneo). Nel 23 gennaio 2017, è crollato il ponte Fiumara Allaro.
Nel 28 ottobre 2016, è crollato il calcavia di Annone, anch’esso in cemento. Nel 10 aprile 2015 è crollato il viadotto Himera sull’Autostrada A19. Il viadotto Scorciavacche, sulla statale Palermo Agrigento, inaugurato il 23 i dicembre 2014, è crollato il giorno di Capodanno.
Nel 7 luglio 2014 è crollato il cemento del viadotto Petrulla. Il 18 novembre 2013 è crollato il ponte tra Oliena e Dorgali. Il 22 ottobre 2013 è crollato il ponte di Carasco.
Il 2 febbraio 2013 è avvenuto il crollo lungo la statale 115 che collega Agrigento a Sciacca.
Di fronte alla precedente sommaria rassegna lascia sgomenti il fatto che tutti quei manufatti crollati in pochi anni, erano in cemento. Dal che si deduce che la durata dei ponti in cemento è assolutamente  piu’ corta di quella dei ponti in ferro, e piu’ ancora di quella riguardante i ponti  in laterizio o in conci di pietra.
Fin qui il dibattito corrente. Ma c’è una ulteriore costante che si evince se al sommario elenco appena reperito di affiancano le foto dei medesimi ponti, tanto nella situazione dopo il crollo che precedentemente ad esso. Cio’ che sorprende è il fatto che nessuno della decina dei ponti appena nominati in assoluto potrebbe definirsi “non brutto”. In altri termini può considerarsi troppo banale il riscontro che quasi nessuno di quei ponti sarebbe stato adatto ad una riproduzione di carattere turistico? Essendo inequivocabilmente manufatti ingegnereschi, privi di qualunque pretesa estetica?

Puo’ sembrare frivola l’osservazione di un parametro inerente la bruttezza di costruzioni quali quelle dei nostri ponti in cemento, in rapporto alla serietà della loro funzione, ed  alla esigenza della sicurezza della funzione.
Ma perché i nostri ponti, oltre ad essere tanto fragili  devono essere anche necessariamente  tanto “brutti”, mentre i ponti che introducono a Manhattan possono essere così belli oltre che durare secoli?
Perchè i nostri punti possono prescindere da un parametro di bellezza al punto che emeriti professori hanno osato in questi giorni  ipotizzare il restauro del ponte Morandi?
Che esista un presupposto che riguarda i ponti ai principi che connettono la possibilita’ di deturpare i nostri paesaggi con le pale eoliche? Che riconduce l’affrancamento di un ruolo di bellezza per le architetture e per le opere nel paesaggio? Che il perseguimento dell’etica debba necessariamente prescindere da un’esigenza di estetica?
Oppure puo' chiudersi quel cerchio che a partire da  merda d’artista  conduce all’annullamento  dell' esigenza di coniugare il bello all’utile? Mirando  a identificare  l’estetica contemporanea con una rinuncia al bello?