LE CHIEDO PERDONO, MR. GIEDION.

Arrivando al cantiere passavo attraverso una campagna sporca di villette come il centro di Roma dopo la notte bianca. Ne rimasi sgomento. L'oggetto che mi affidavano era il solito scatolotto con struttura in cemento armato, appena sollevato dal livello del terreno tanto per rubare un po' d'aria per l'interrato. In campagna, si sa, da noi quello che è interrato, come si dice, non fa cubatura. Solitamente i progettisti rimboccano la terra provvisoriamente ai lati dell'ingresso al garage, destinato a rimanere sproporzionato e nero come l'occhio di Polifemo. Starà poi al truce proprietario e alla truce impresa scostare la terra lungo il perimetro completando l'obbrobrio con un' ancor più truce sequenza di finestre cosiddette a “bocca di lupo”. L'unico motivo per cui quel cantiere intrapreso da un altro progettista appariva meno oltraggioso era il fatto di trovarsi ai piedi di un poggio sormontato da un borgo, S.Angelo Romano, scavato sul fianco da una gigantesca cava. Perché ancora una volta non mi si affidava un'impalpabile scatola di vetro autoesaltata dalla continuità assoluta di una spiaggia australiana, fiancheggiata da centinaia di chilometri, a nord e a sud, deserti, se non per le conchiglie e la vegetazione? Perché non anch'io nelle distese a nord di Jyväskylä o non ad Arcosanti? Che senso avrebbe avuto il mio gesto assoluto, magari sospeso tra minimalismo e decostruttivismo, quand'anche avessi ritenuto di volerlo compierlo, tra i portichetti in cemento armato delle villette sorte come un'epidemia nei pressi d'un presuntuoso circolo di golf, strutture in perenne attesa dell'esito del condono e l'infame traccia della cava? Ancora una volta, per l'ennesima volta, mi sono detto in quel momento e poi negli anni successivi, Sigfried Giedion resterà deluso da me. La mia architettura resterà confinata in un territorio che tutto ingoia, anonimo e in disparte, senza che io possa comunicare ai colleghi architetti alcunché del mio lavoro, frutto di un vizietto da nascondere, o forse conseguente ad uno stato di necessità. Sporcato dalle premesse, squalificato dall'aderenza ai compromessi di contesto. Niente rigore di volumi. Niente antinatura. Niente sguardo penetrante verso il futuro. L'oggetto essendomisi conformato piuttosto secondo caratteri che non saranno mai quelli di un volume puro sotto la luce. L'oggetto adottato essendo piuttosto quel luogo circostante, rispetto al quale ho preferito correggere i disagi, i difetti, come usa dire, gli scempi. Allora il progetto non può che corrispondere ad uno strizzare gli occhi, a uno stravedere nell'intravedere. Procedendo in un ripristino che ripropone scorci dal vedutismo pittorico. Di qui la capriata scoperta, sul fronte del portico, gli speroni, il basamento di pietre composte a secco, raccolte dal terreno al piede degli ulivi. La rampa in curva, per salire a cavallo in casa. Ne scaturisce un'architettura che non potrà essere ammessa sulle pagine quadrotte di Casabella, o sulla superpatina di Domus. Eppure quel non luogo da qualche tempo è un po' meno ributtante, e persino è possibile isolare in esso scorci che non appaiano definitivamente imbolsiti dal degrado. Un atto di modestia, forse, non una sterzata architettonica, purtroppo. Sorry, Mr. Giedion. Potrei almeno aspirare a definire quella realizzata un'architettura secondo criteri di ecologia?