Piazza Armerina è in copertina sugli unici due libri internazionalmente comparsi sul tema delle coperture protettive archeologiche. Ma a Sgarbi interessano solo i mosaici.

Ho visto in questi giorni un’immagine del più recente progetto per l’area di Piazza Armerina, nell'intento di sostituire la realizzazione che Minissi concepì mezzo secolo fa. Ormai storico quest’ultimo progetto, e molto più bello di quello con il quale si pretenderebbe di sostituirlo. Da qualche tempo ho capito che l’itinerario critico consistente nel fondare l’apprezzamento dell’opera di Minissi sottolineando la sua intenzionale semplicità non basta. Neppure sostenere l’impegno dell’autore nel rievocare aspetti sostanzialmente metacostitutivi, non basta nell’obiettivo della conservazione della sua opera. Avevo sostenuto molte volte con convinzione il valore di quella soluzione protettiva come materializzazione istantanea di una lettura critica. L’ho fatto anche all’interno di uno dei pochi libri dedicati alla problematica (in realtà per quel che so il mio “Strutture protettive e conservazione dei siti archeologici”, 1996, pp.1-152, insieme allo “Schutz bauten” di Hartwig Schmidt, 1988, è l’ unico testo espressamente dedicato al tema delle coperture protettive). Mi accingo ad intraprendere una integrazione nella seconda edizione; in quella circostanza probabilmente amplierò l’approccio interpretativo. Accanto alla chiave pragmaticamente protettiva, e a quella semiotica nel riferimento ai modelli propri dell’architettura originaria, credo sia ormai necessario spendere un riferimento inequivocabile direttamente alla “bellezza” dell’opera protettiva di Minissi a Piazza Armerina. Di fronte a chi identifica quell’opera con un “accumulo di ferro e plastica” non valgono del resto argomenti più articolati o sofisticati. Occorre contrapporre a quelle semplificazioni, in un’essenzialità verbale da talk show, che la copertura di Minissi è troppo bella per essere demolita. E basta. Senza soffermarsi sul fatto che il manufatto di Minissi, per quanto concerne i suoi significati, ha acquisito oltre tutto in mezzo secolo valori aggiuntivi, in un percorso evolutivo semioticamente confrontabile con quello che ha trasformato i mosaici da piano di calpestio a opera degna di contemplazione. Mi sono trovato spesso d’accordo con Sgarbi allorché con veemenza ha imprecato contro certe insensibilità degli architetti contemporanei e contro la tendenza di alcuni di loro a prevaricare contesti che avrebbero richiesto ben altra sensibilità. Ci siamo trovati in molti sul suo stesso versante a sottolineare i forti limiti della copertura protettiva dell’Ara Pacis. Per un attimo ingenuamente devo confessare che ho coltivato qualche speranza allorché non molto tempo fa fa propose in piazza San Lorenzo in Lucina un partito della “bellezza”. Ma ora no. Occorre che la sua intelligenza lo aiuti a comprendere che per fretta e per disattenzione si trova ad aver intrapreso una strada perversa. Occorre aiutarlo, in questa circostanza, a difendersi dalla sua presunzione. Occorre spiegargli che Dezzi Bardeschi non è un architetto dell’ultim’ora, e anche il maltrattamento degli altri signori, da lui intrapreso alcuni giorni addietro, dalle pagine d’un quotidiano, non solo non è condividibile, ma non è credibile. Non per loro, va detto, ma per lui. Perché non prenda, stavolta, come dicevano i nostri nonni, fischi per fiaschi. Per poter tornare ad essere ancora d’accordo con lui in futuro, in qualche altra circostanza. Non sono, per quanto mi riguarda, perdutamente innamorato solo dell’architettura metalloevvetro, né sono di quelli che dopo aver progettato un “falso storico” ritengono sia necessario recitare un atto di dolore. Siamo uomini di mondo, in senso critico. Ma vada, il nostro Sgarbi, a verificare come l’ansia del massello di legno si coniughi maldestramente con i mosaici nella stagionata esperienza condotta sul sito di Paphos, e come la nostalgia del laterizio, insieme a quella del massello di legno, risulti degradante a Xanten, nell’area archeologica della Colonia Ulpia Traiana. Parliamo ancora, se crede, della necessità di procedere ad una manutenzione dell’opera di Minissi. Trovando insieme, in accordo con lui, un modo più intelligente di risolvere il destino di quella copertura protettiva che non sia quello che ci debba vedere in molti, sdraiati in una convinta disperata protesta, nel sito di Piazza Armerina. Pubblicato su PresS/TLetter n. 29 2006.