Piazza Armerina: ma davvero può essere apprezzabile una copertura senza titanio e coi montanti banalmente verticali?

Si può dire che due siano gli aspetti dell’architettura di Minissi che non sono mai piaciuti ai Soprintendenti e a taluni critici frettolosi. Uno di essi consiste nella modestia intenzionale delle soluzioni adottate da Minissi. Niente titanio e niente carbonio nelle strutture, niente imbellettamento di tecu patina e niente ossidazioni di maniera. Nemmeno plissettature e spatolati scarpiani. con tutto il rispetto per il genio di Castelvecchio e di Possagno. Nel contempo nessun segno autonomo e velleitario allusivo di un futuro concepito assumendo senso in una contrapposizione ostentata rispetto al passato. Piuttosto, da parte di Minissi, solo riferimenti aderenti a componenti strutturali metacostitutive. Cosicché i critici frettolosi e dediti preferibilmente alle scazzottate televisive finiscono per ritenere in buona fede che la scelta debba essere tra l’architettura museale prodotta dalle stars, Bilbao, Berlino, Maxi, ed un’apertura al sociale tramite l’operato di scenografi nel museo, riproduzioni di cartapesta, ricorsi alla panacea di realtà virtuali. In questa seconda direzione non posso non ricordare i miei contrasti con una soprintendente archeologica che pretendeva di conseguire il coinvolgimento del pubblico tramite basolati in plastica, a terra, e figure di guerriero a contraddistinguere in quel museo il bagno maschile. Pochi sono i critici e i soprintendenti in grado di riconoscere alla museografia una sua specificità tanto rispetto alla Composizione architettonica, quanto rispetto alla Museologia. Né questo avviene purtroppo neppure in termini di Icar, nei concorsi universitari. Per questo non sorprende più di tanto se l’architettura di Minissi sembra destinata a risultare stritolata tra l’aspettativa di una cupola degna del più pacchiano degli expò, e la voglia più o meno confessata di coperture in castagno, con tanto di lamina superiore nell’immancabile tecupatina. Ma forse la verità non è ancora stata detta tutta. Il punto è che i mosaici li si vorrebbe esposti in verticale, su pannelli come quadri. La funzione seconda, identificabile nell’opera d’arte musiva, è probabilmente sminuita, nel giudizio di qualcuno, in una comunicazione troppo nitida della funzione prima, riconducibile spontaneamente, nell’allestimento minissiano, alla funzione pavimentale. Per questo si preferirebbe piuttosto una perimetrazione degli ambienti non trasparente, dal momento che nel buio i mosaici, finalmente posti in verticale, potrebbero perfino essere esaltati in base ad un’illuminazione costante proveniente da apparecchi sagomatori. E poi finalmente ai pannelli potrebbe essere accostato l’indispensabile apporto, finalmente, della realtà virtuale. Questo, oggi, pare che sia veramente e definitivamente museo. Purché la “ferraglia” di Minissi non aspiri a vedersi riconoscere anch’essa l’accrescimento di senso e di valore riservabile senza alcun dubbio alla pavimentazione della villa del Casale. Allora forse è il caso modificare intenzionalmente l’approccio; di smetterla nell’ equivocare la modestia intenzionale dei sostegni di Minissi con una modestia oggettiva; essendo opportuno che si sottolinei non soltanto per la copertura di Piazza Armerina, ma per quella del teatro di Eraclea Minoa, della chiesa di Mazara del Vallo, delle mura di Gela, il senso estetico di macchine celibi di cui in forma più rispettosa viene riconosciuta la bellezza in altri contesti della storia dell’arte. Se una forma di “bellezza” è necessario si riconosca in un’espressione architettonica perché appaia degna di non essere distrutta, allora, dopo la sottovalutazione della copertura di Eraclea, la distruzione di quella di Mazara, lo smontaggio (credo) di quella di Gela, che rimanga almeno, a testimonianza di un’espressione architettonica, e d’una cultura, e d’una “bellezza”, integra almeno la copertura di piazza Armerina. Anche perché non c’è assolutamente bisogno di segnare in essa il passaggio del tempo, meno che mai, come sottolinea con piena consapevolezza Dezzi Bardeschi, per motivi tecnici. Potendo utilizzarsi lo strato di sacrificio attribuito da Minissi ai resti murari per un adeguamento dell’impiantistica, nel senso della sicurezza, dell’illuminazione e della climatizzazione. Potendosi adeguare le superfici in perspex originarie agli odierni standard per quanto attiene l’impiego di vetro stratificato. Trasparente o opaco al passaggio di una piccola tensione elettrica interna. Luminoso o generatore d’ombra in base alla disponibilità di piccole lamelle regolabili all’ interno del doppio strato del vetrocamera. Come opererebbe del resto Minissi se fosse ancora lì a progettare. Pubblicato in: PresS/Tletter n.29 2006