Piazza Armerina: Minissi e Sgarbi, Criteri e giudizi a confronto. Una lezione di museografia.

Minissi: In proposito di coperture protettive sui siti archeologici “vanno affermati i seguenti fondamentali principi da ritenere irrinunciabili. 1)le preesistenze archeologiche inamovibili debbono conservarsi in loco e vanno considerate sullo stesso piano scientifico e culturale di quelle mobili: va quindi predisposta per esse una serie di operazioni e di interventi atti a soddisfare tutte le esigenze di una conservazione attiva, esattamente come il museo le soddisfa per le opere che in esso vengono trasferite, si tratta in sostanza di “sostituire al museo inteso come luogo il museo inteso come concetto”: se il reperto non può andare al museo il museo dovrà andare al reperto. 2) i restauri protettivi dei reperti archeologici inamovibili, in tutti i casi in cui ciò risulti scientificamente corretto ed ammissibile, dovranno tendere a suggerire, se non addirittura a reintegrare, l’immagine originaria, anche parziale, delle preesistenze rese irriconoscibili. 3) le opere protettive dei siti archeologici dovranno anch’esse contribuire, nella massima possibile misura, al raggiungimento del fine di rievocare ai visitatori l’immagine e il significato della preesistenza evitando però soluzioni formali sia arbitrariamente fantasiose sia rinunciatarie (quali capannoni o tettoie di materiale povero che, installati con carattere di provvisorietà, finiscono poi per diventare definitivi). La scelta delle soluzioni da adottare, nei vari casi possibili, dovà dipendere innanzitutto dalla individuazione e dalle valutazione rigorose delle possibili cause di offesa e danneggiamento del complesso in relazione alla sua consistenza strutturale, alla sua collocazione sul territorio e alla sua maggiore o minore frequentazione, nonché dalla necessità di offrire ai visitatori le migliori condizioni di “lettura” della preesistenza come si tende ad ottenere all’interno del museo. Soltanto sulla base di tale approfondita valutazione si potrà definire il progetto di intervento e l’uso di tecniche e tecnologie idonee sia alla difesa sia alla comprensione dei reperti singoli come del loro insieme. Sul piano dell’invenzione architettonica il risultato dovrà apparire chiaramente correlato alle caratteristiche formali della preesistenza senza tuttavia rinunciare ad una sua autonoma qualificazione, specialmente per ciò che si riferisce all’inevitabile incidenza che l’intervento viene a produrre nel rapporto ambientale venutosi a creare e a consolidare nel tempo tra il complesso archeologico e il contesto in cui è inserito. 4) occorre affermare il principio che la progettazione degli interventi protettivi dei complessi archeologici va strettamente correlata alla progettazione degli interventi di restauro in quanto il restauro costituisce la prima indispensabile fase della protezione delle preesistenze poiché finalizzato, tra l’altro, alla loro fisica sopravvivenza. 5) posta pertanto la stretta correlazione tra restauro e protezione dei siti archeologici ne consegue che i relativi interventi investono generalmente il campo di attività dell’architetto, un architetto però che, se pur particolarmente preparato nello specifico settore di cui si parla, sia capace, con quella umiltà che in questo caso è sinonimo di alta consapevolezza critica, di utilizzare la sua creatività per conservare ed esaltare, con il suo intervento, l’assoluto protagonismo della preesistenza,” Considerazioni introduttive sul tema delle coperture protettive sui siti archeologici, in: S.Ranellucci, Strutture protettive e conservazione dei siti archeologici, Carsa Ed.,1996. Sgarbi: «Tutte le zucche vuote che in questi anni hanno dato fiato al loro vuoto cerebrale sono servite – dichiara soddisfatto il critico d’arte – Nonostante i mille ostacoli e le mille insidie siamo riusciti ad appaltare i lavori, con la certezza adesso che la Villa Romana di Piazza Armerina tornerà presto a risplendere. Nei prossimi giorni verrò a Piazza Armerina per completare l’iter di aggiudicazione e poi seguirò attentamente da vicino il lungo e delicato lavoro di recupero». Alla notizia che l’Urega, l'ufficio regionale per le gare d'appalto, sezione di Enna, ha aggiudicato l’appalto da 13 milioni e 755 mila euro per il restauro della Villa Romana del Casale: “Povera Sicilia, nella quale le forze migliori sono sopraffatte non dalla mafia, ma dalla cattiva amministrazione, dall'inerzia, dalla burocrazia, e infine, dalla vana logomachia di cervelli bizantini, perpetuamente insoddisfatti e desiderosi del fallimento di chi ha conservato entusiasmo e speranza. Fra i campioni di questo atteggiamento disfattista, che favorisce l'inerzia delle istituzioni, ci sono oggi architetti e studiosi tristi e modesti come Giuseppe Guerrera, Sebastiano Dusa, Luigi Prestinenza Puglisi, Umberto Di Cristina, con il concorso esterno di un falso restauratore, avvezzo a dar corpo ai suoi deliri architettonici come Marco Dezzi Bardeschi. Tutti schierati, con le loro pistole scariche, contro il progetto di recupero della Villa romana del Casale a Piazza Armerina, proprio oggi che, dopo anni di inenarrabili traversie, sta per prendere avvio. Fantasiose interpretazioni architettoniche, strumentali difese della brutta e logora copertura di ferro e plastica maldestramente derivata da un progetto dell'architetto Franco Minissi, si oppongono alla più semplice e pura ridefinizione degli spazi che il nuovo progetto, dopo anni di incuria, stabilisce per la miglior conservazione e visione dei mosaici, ritenendo del Minissi l'utile passerella sopra i muri innalzati al medesimo livello”. In: V.Sgarbi, Pistola puntata su Villa Armerina, il Giornale, n.42 del 23.10.2006.