SAVERIO MURATORI IN PILLOLE. PREDISPOSTO IN S.RANELLUCCI, "RESTAURO URBANO,TEORIA E PRASSI", UTET. PER COLORO CHE NON NE AVESSERO MAI INTRAPRESO UNA LETTURA INTEGRALE DEGLI SCRITTI. PRATICAMENTE PRESSOCHE' PER TUTTI.

Da: Come giudicare un’architettura. p. 251 “L’emozione estetica è un fatto tutto spirituale che dipende dall’armonia unitaria e dal nesso coesivo della immagine architettonica; più forte è questo nesso, più efficace, più vivo risalta il vigore espressivo dell’opera. Un’architettura non è una pittura, che si abbraccia in un solo sguardo sul piano di rappresentazione, essa è una realtà plastica, ed è più di una scultura, in quanto si realizza in uno spazio che non solamente si esprime verso l’esterno, ma contemporaneamente verso l’esterno e verso l’interno; caratteristica dell’architettura è questa ricchezza spaziale, che pure richiede una coesione perfetta nel concorrere di molteplici elementi in un effetto essenziale di unità. Tale unità della sua complessità strutturale si chiama organismo: essa si manifesta in una efficienza totale dell’edificio che comprende molteplici aspetti particolari, quali l’organicità dell’insieme e il proporzionameno delle parti nel tutto, la rispondenza allo scopo, la chiarezza distributiva, non meno che l’adesione della costruzione all’ambiente nel quale essa sorge.” In: Muratori S., Storia e critica dell’architettura contemporanea, Disegno storico degli sviluppi architettonici attuali (1944), Saggi di critica e di metodo nello studio dell’architettura (1946), a cura di Marinucci G, Centro studi di urbanistica, Roma 1980,. da: Premessa al metodo, p. 38 “L’uomo è possessore di una certa realtà, e questa realtà egli vuole realizzare nel modo migliore, sia come essere vivente, sia come essere conoscente. Cioè, nella sua realtà egli è vincolato dal fatto di non essere un puro animale che vive entro i propri limiti senza altri problemi; egli invece ha una problematica che gli deriva dal fatto di essere più o meno consapevole della propria vita e, quindi, su questa sua vita interferisce con la coscienza.” …………………………. “L’uomo senza coscienza sarà semplicemente un animale, che potrà anche vivere rigoglioso, ma, ritornato puramente istintivo, diventerà un mero strumento della natura.” ………………………….. “Vi è dunque un doppio limite al processo dell’uomo: la natura e la coscienza. Da questo doppio limite derivano non solo le condizioni della sua felicità (ammesso che l’uomo possa essere felice) ma anche le inevitabili condizioni del suo comportamento. Dalla consapevolezza di questi limiti deriva il fatto che molti problemi, postisi all’uomo senza una chiara spiegazione, si chiarificano invece del tutto. In effetti si vede che il processo coscienza-realtà si svolge con decorsi ciclici, le cui oscillazioni sono contenute in limiti precisi, entro i quali esse passano da punti massimi a punti minimi. E lo stesso processo ha anche un decorso storico. In tali termini si presenta, ad esempio, il tanto discusso problema del progresso umano: l’uomo progredisce o non progredisce?” ………………………….. “Questi problemi, noi sosteniamo, non sono veri per se stessi, ma possono essere considerati veri nell’ambito interno al binomio realtà-coscienza.” …………………………… “Se ci trovassimo a guardare da una posizione lontanissima quanto avviene nel mondo terrestre, naturale ed umano, constateremmo che, indipendentemente dalla volontà umana, le cose si svolgono sempre nello stesso modo.Vi è una volontà extra umana che domina,nella quale non c’è assolutamente posto per la libertà, ossia per la possibilità di trasformare la realtà al di fuori ella legge naturale; e non c’è posto per il progresso. Al contrario, il progresso c’è solo nei confronti della coscienza, che pone la natura entro un suo certo quadro. Tale quadro, però, fattasi la coscienza più esperta, viene visto in maniera via via in maniera più acuta, sensibile e lungimirante. La coscienza può così constatare fatti gradualmente più precisi, ma ovviamente sempre partecipi di una sola realtà, quella unica, che è la realtà naturale.” Pubblicato in: Muratori S., Metodologia del sistema realtà-autocoscienza, dalle ultime lezioni (1972-73), ), a cura di Marinucci G, Centro studi di urbanistica, Roma 1978, da: Messa in orbita dell’autocoscienza, lettura del reale: il territorio. Lezione tenuta il 12 giugno 1972 p. 419 “……..ciò che noi intendiamo per territorio. Al fine di perseguire tale riconquista del concreto, tornerà ora molto utile la nostra qualità di figurativi, che ci deriva dal mestiere di architetti urbanisti. Però, ricordiamolo bene, non di figurativi romantici, vuoti inventori di forme decorative, ma di uomini concreti: il nostro mestiere dovrà essere completamente rovesciato rispetto alla visione dell’ultimo sviluppo soggettivista romantico, per il quale l’architetto era un velleitario, fantasioso inventore. Noi dobbiamo opporci a questa visione distorta e malata; e se vogliamo curare questa malattia, dobbiamo assolutamente ridurre la figura e il mestiere dell’architetto a qualcosa di logico: cioè alla esclusiva lettura del reale. Sappiamo bene che questa nostra posizione è dura e difficile, che il nostro discorso può apparire azzardato, perché esso violenta la natura stessa dell’uomo, nei suoi aspetti di soggettività personale, incapace di riconoscere i propri limiti.”………….. p.420 “…….invitiamo a tornare al nostro mestiere di architetti urbanisti, cioè a riflettere su come fare le nostre pianificazioni. Che cos’è dunque la pianificazione che ci attende? Non certo l’invenzione di cose nuove: se la pianificazione fosse solamente questo, cioè l’invenzione di cose ancora non fatte, allora sarebbe necessaria l’antipianificazione. Bisogna fare qualsiasi cosa, fuorché l’invenzione di cose nuove; la vera invenzione è il non inventare nulla. “……… p.427 “………torniamo al territorio, che è il banco di prova per riconoscere i limiti concreti delle nostre aperture ipotetiche, dei nostri discorsi filosofici e storici. E ci accorgeremo che questo banco di prova è un campionario ormai completo, che deve essere letto e ci deve servire, per cambiare finalmente il nostro modo di operare. E’ come se ci trovassimo in un ristorante di cibi pronti, in un self-service: non c’è altro da fare che leggere i cartellini delle pietanze e i prezzi. L’arte del cuoco è ormai finita. Per uscire dalla metafora, il momento delle invenzioni, che poteva essere stato, semmai, nel periodo di messa in orbita, è finito; ora siamo arrivati al tempo zero, al momento in cui dobbiamo solamente saper leggere. Questo è il vero lavoro, l’unico lavoro serio e degno di validità: l’acquisizione di una coscienza adeguata alla realtà in senso permanente. Ma saper leggere è cosa difficile: seppure non si perverrà mai ad una lettura completa del tutto, sarà almeno possibile leggere quanto è più adeguato alla nostra natura. Con questa intenzione dovremo quindi accingerci a leggere il territorio, fondendone i due aspetti geografico e storico, nell’unità di uomo più natura. Il territorio non dovrà pertanto essere considerato in senso strumentale, come materia prima da sfruttare o come fatto già acquisito da superare, ma dovrà essere letto come un risultato, con un atteggiamento di coscienza adeguata, quanto dire finale. In tal modo sarà possibile trovare nel territorio non solo il modo fisico, condizione della fisicità del corpo umano, ma anche la società umana, cioè la storia mentale dell’uomo. Questa storia, solidificata nella realtà territoriale, è il limite, la condizione perenne dell’uomo.” p.428 “Con questo orientamento, avviciniamoci dunque all’esame della nostra terra, che vista così, diviene insegnamento fondamentale: essa contiene non solo la coerenza di una struttura-fisica, animale, umana e poi civile, quindi scientifica, filosofica, religiosa-ma anche l’esplicitazione di tutti questi fatti, non più dati come ipotesi astratte del posibile, ma realizzati in concreto. Questi due termini-naturale e mentale-pur coincidenti nella realtà, hanno tuttavia due diversi tipi di equilibrio.” “Ecco dunque che se leggiamo separatamente una carta fisica ed una politica della stessa area, rileviamo che la prima parla il linguaggio della natura e la seconda quella degli uomini, sia pure condizionati dalla legge fisica. Ma quando uniremo queste due carte, facendo di quell’area un territorio, vedremo la mediazione dell’ottimo umano con l’ottimo naturale. Allora sarà possibile comprendere in che consiste la messa in orbita: è l’equilibrio ottimo dei due sistemi, che hanno il proprio massimo definito nella loro stessa natura.” p.434 “Ora, prima di illustrare le tavole delle diverse fasi civili territoriali dell’Europa, soffermiamoci ancora sulle nostre categorie di strutture territoriali: crinali, mezze coste, valli e pianure. Tali sono i modi con cui il suolo si oppone gradualmente alle esigenze generiche di fruimento; ma anche l’uso di esprime in quattro gradi di strutture, i percorsi, i tessuti, i nodi e i confini.”….. “Con questo orientamento, diventa molto istruttivo leggere una carta geografica, per piccola che sia, e meglio ancora una carta storico-geografica.”…. “Compresi dunque in questo modo i massimi e i minimi di rendimento territoriale, ci si rende conto di come si debba rispondere a chi venga a proporre-ad esempio-di fare un piano regolatore d’Italia. Invece di fare piani su piani-tutti astratti e in perdita- si dovrebbe rispondere così: ma il piano è già fatto e voi non lo sapete leggere; basta solamente fare le leggi adatte per vivere meglio possibile in un quadro difficile ma già tutto concluso. Forse potrà essere apportata qualche piccola variante locale, e si dovrà capire il probabile ciclo, forse inevitabile, tra un momento di caduta e un momento di massima armonia. Ecco la risposta: capire tutto questo e adeguarsi socialmente a questo procedimento, in modo di mettere a posto i nostri orologi con giusto criterio. Questo è il piano. Il nostro modo di ragionare non è rinunciatario, come taluno potrebbe pensare, perché permette di intervenire adeguatamente nella realtà. Pensate: oggi noi viviamo in un paese che forse ha l’unico difetto di essere troppo bello, armonico e ben fatto e, ciononostante, abbiamo la barbarie di non saperlo, di non capirlo, di sfruttarlo male, di rovinarlo. Mentre abbiamo viceversa la possibilità di integrarlo, per quel tanto che è giusto, e soprattutto di usare le cose già presenti con criterio e con intelligenza;e non certo elevando tutto il livello delle architetture a palazzo Farnese o quello delle città a Roma, perché in tal caso elimineremmo le giuste graduazioni e il nostro ambiente diventerebbe sicuramente più brutto. Queste sono le considerazioni che derivano dallo studio dei diversi gradi di uso del territorio. Ed è molto utile che esse giungano ora, dopo e non prima del nostro rapido esame della storia della civiltà. In tal modo esso prende un aspetto nuovo, perché lo stesso giudizio si trova in presenza di fatti indiscutibili, chiariti e contrapposti in un certo modo e soprattutto reali, in quanto la storia non è una opinione. Naturalmente non le storie interpretate, ma quella dei fatti provati, che ancora si leggono. Taluno potrebbe osservare, e giustamente, che gli storici hanno formulato ipotesi azzardate per spiegare gli avvenimenti. Noi appunto non ascoltiamo queste ipotesi, fors’anche inventate, ma guardiamo i fatti nella loro presenza, nella loro struttura, nel loro senso ben preciso. Noi leggiamo la storia di Roma, guardandone le strutture, i percorsi, i tessuti delle case, la presenza dei quali è la sua stessa storia; e altrettanto accade per Venezia. E’ inutile farne la storia, perché essa si legge nella sua stessa struttura vivente, tutta chiara di fronte ai nostri occhi.”………. p.457 “Con questo richiamo concludiamo dunque il nostro esame del territorio, ricordando bene che esso è la nostra stessa nostra vita. Territorio, naturalmente, inteso al nostro modo e non come lo intendono oggi i documentaristi cinematografici o gli autori di albums turistici. Entrambi dimenticano che le loro immagini sono immagini di strutture, le quali sono ancor più di un semplice strutturare; sono organismo. Ci sono dunque i poli e le linee di forza, cioè i fatti oltreché verissimi e realissimi, anche e soprattutto umanissimi.”∑…. “…dobbiamo solamente sapere utilizzare quello che c’è già. Ecco la vera conquista, la vera civiltà: è la prima volta, nella sua lunga storia, che l’uomo si trova a questo cimento. Meditiamo dunque seriamente, quotidianamente questa lezione del reale, cercando di capirla, per la salvezza della nostra stessa vita.” Pubblicato in : Muratori S., “Autocoscienza e realtà nella storia delle ecumeni civili; lezioni 1971-72”, a cura di Guido Marinucci, Centro Studi di Storia Urbanistica, Roma 1976.