Archivio: 2006

Anche un ribasso del 40% è poco per un "progiotto" del genere.

Da Archiwatch: A’ Vittò … facce véde … ‘sto proggetto … ché le chiacchere … stanno a zero … e magari i baracconi nuovi … so’ peggio di quelli vecchi … Gentilissimo Prof. Muratore le invio, perche detenga costantemente termini oggettivi in merito, alcuni elaborati del progetto Sgarbi per il rinnovo della copertura protettiva dei mosaici di Piazza Armerina attraverso i quali pare sia stata aggiudicata la gara d'appalto con un ribasso del 38,8 %, dallo stesso Sgarbi posti in alternativa ad una accurata e più economica manutenzione della copertura che fu concepita da Minissi. Dobbiamo dedurre, in base alla qualita del "progiotto", che della copertura protettiva di tale sito monumentale possa essere incaricato anche un inesperto geometra? Non credo del resto che possa trattarsi, per quanto riguarda l'autore, di un critico d'arte dottore in lettere, in virtù della pregevole determinazione della centinatura, riscontrabile in uno degli elaborati. Le lauree dei miei studenti del triennio, su tematiche di coperture protettive, restano a disposizione di chi trova troppo severa la precedente osservazione. Cordiali saluti Sandro Ranellucci Il suddetto "progiotto" è visitabile in http://www.unipa.it/monumentodocumento/progetto.html

Piazza Armerina: Minissi e Sgarbi, Criteri e giudizi a confronto. Una lezione di museografia.

Minissi: In proposito di coperture protettive sui siti archeologici “vanno affermati i seguenti fondamentali principi da ritenere irrinunciabili. 1)le preesistenze archeologiche inamovibili debbono conservarsi in loco e vanno considerate sullo stesso piano scientifico e culturale di quelle mobili: va quindi predisposta per esse una serie di operazioni e di interventi atti a soddisfare tutte le esigenze di una conservazione attiva, esattamente come il museo le soddisfa per le opere che in esso vengono trasferite, si tratta in sostanza di “sostituire al museo inteso come luogo il museo inteso come concetto”: se il reperto non può andare al museo il museo dovrà andare al reperto. 2) i restauri protettivi dei reperti archeologici inamovibili, in tutti i casi in cui ciò risulti scientificamente corretto ed ammissibile, dovranno tendere a suggerire, se non addirittura a reintegrare, l’immagine originaria, anche parziale, delle preesistenze rese irriconoscibili. 3) le opere protettive dei siti archeologici dovranno anch’esse contribuire, nella massima possibile misura, al raggiungimento del fine di rievocare ai visitatori l’immagine e il significato della preesistenza evitando però soluzioni formali sia arbitrariamente fantasiose sia rinunciatarie (quali capannoni o tettoie di materiale povero che, installati con carattere di provvisorietà, finiscono poi per diventare definitivi). La scelta delle soluzioni da adottare, nei vari casi possibili, dovà dipendere innanzitutto dalla individuazione e dalle valutazione rigorose delle possibili cause di offesa e danneggiamento del complesso in relazione alla sua consistenza strutturale, alla sua collocazione sul territorio e alla sua maggiore o minore frequentazione, nonché dalla necessità di offrire ai visitatori le migliori condizioni di “lettura” della preesistenza come si tende ad ottenere all’interno del museo. Soltanto sulla base di tale approfondita valutazione si potrà definire il progetto di intervento e l’uso di tecniche e tecnologie idonee sia alla difesa sia alla comprensione dei reperti singoli come del loro insieme. Sul piano dell’invenzione architettonica il risultato dovrà apparire chiaramente correlato alle caratteristiche formali della preesistenza senza tuttavia rinunciare ad una sua autonoma qualificazione, specialmente per ciò che si riferisce all’inevitabile incidenza che l’intervento viene a produrre nel rapporto ambientale venutosi a creare e a consolidare nel tempo tra il complesso archeologico e il contesto in cui è inserito. 4) occorre affermare il principio che la progettazione degli interventi protettivi dei complessi archeologici va strettamente correlata alla progettazione degli interventi di restauro in quanto il restauro costituisce la prima indispensabile fase della protezione delle preesistenze poiché finalizzato, tra l’altro, alla loro fisica sopravvivenza. 5) posta pertanto la stretta correlazione tra restauro e protezione dei siti archeologici ne consegue che i relativi interventi investono generalmente il campo di attività dell’architetto, un architetto però che, se pur particolarmente preparato nello specifico settore di cui si parla, sia capace, con quella umiltà che in questo caso è sinonimo di alta consapevolezza critica, di utilizzare la sua creatività per conservare ed esaltare, con il suo intervento, l’assoluto protagonismo della preesistenza,” Considerazioni introduttive sul tema delle coperture protettive sui siti archeologici, in: S.Ranellucci, Strutture protettive e conservazione dei siti archeologici, Carsa Ed.,1996. Sgarbi: «Tutte le zucche vuote che in questi anni hanno dato fiato al loro vuoto cerebrale sono servite – dichiara soddisfatto il critico d’arte – Nonostante i mille ostacoli e le mille insidie siamo riusciti ad appaltare i lavori, con la certezza adesso che la Villa Romana di Piazza Armerina tornerà presto a risplendere. Nei prossimi giorni verrò a Piazza Armerina per completare l’iter di aggiudicazione e poi seguirò attentamente da vicino il lungo e delicato lavoro di recupero». Alla notizia che l’Urega, l'ufficio regionale per le gare d'appalto, sezione di Enna, ha aggiudicato l’appalto da 13 milioni e 755 mila euro per il restauro della Villa Romana del Casale: “Povera Sicilia, nella quale le forze migliori sono sopraffatte non dalla mafia, ma dalla cattiva amministrazione, dall'inerzia, dalla burocrazia, e infine, dalla vana logomachia di cervelli bizantini, perpetuamente insoddisfatti e desiderosi del fallimento di chi ha conservato entusiasmo e speranza. Fra i campioni di questo atteggiamento disfattista, che favorisce l'inerzia delle istituzioni, ci sono oggi architetti e studiosi tristi e modesti come Giuseppe Guerrera, Sebastiano Dusa, Luigi Prestinenza Puglisi, Umberto Di Cristina, con il concorso esterno di un falso restauratore, avvezzo a dar corpo ai suoi deliri architettonici come Marco Dezzi Bardeschi. Tutti schierati, con le loro pistole scariche, contro il progetto di recupero della Villa romana del Casale a Piazza Armerina, proprio oggi che, dopo anni di inenarrabili traversie, sta per prendere avvio. Fantasiose interpretazioni architettoniche, strumentali difese della brutta e logora copertura di ferro e plastica maldestramente derivata da un progetto dell'architetto Franco Minissi, si oppongono alla più semplice e pura ridefinizione degli spazi che il nuovo progetto, dopo anni di incuria, stabilisce per la miglior conservazione e visione dei mosaici, ritenendo del Minissi l'utile passerella sopra i muri innalzati al medesimo livello”. In: V.Sgarbi, Pistola puntata su Villa Armerina, il Giornale, n.42 del 23.10.2006.

Piazza Armerina è in copertina sugli unici due libri internazionalmente comparsi sul tema delle coperture protettive archeologiche. Ma a Sgarbi interessano solo i mosaici.

Ho visto in questi giorni un’immagine del più recente progetto per l’area di Piazza Armerina, nell'intento di sostituire la realizzazione che Minissi concepì mezzo secolo fa. Ormai storico quest’ultimo progetto, e molto più bello di quello con il quale si pretenderebbe di sostituirlo. Da qualche tempo ho capito che l’itinerario critico consistente nel fondare l’apprezzamento dell’opera di Minissi sottolineando la sua intenzionale semplicità non basta. Neppure sostenere l’impegno dell’autore nel rievocare aspetti sostanzialmente metacostitutivi, non basta nell’obiettivo della conservazione della sua opera. Avevo sostenuto molte volte con convinzione il valore di quella soluzione protettiva come materializzazione istantanea di una lettura critica. L’ho fatto anche all’interno di uno dei pochi libri dedicati alla problematica (in realtà per quel che so il mio “Strutture protettive e conservazione dei siti archeologici”, 1996, pp.1-152, insieme allo “Schutz bauten” di Hartwig Schmidt, 1988, è l’ unico testo espressamente dedicato al tema delle coperture protettive). Mi accingo ad intraprendere una integrazione nella seconda edizione; in quella circostanza probabilmente amplierò l’approccio interpretativo. Accanto alla chiave pragmaticamente protettiva, e a quella semiotica nel riferimento ai modelli propri dell’architettura originaria, credo sia ormai necessario spendere un riferimento inequivocabile direttamente alla “bellezza” dell’opera protettiva di Minissi a Piazza Armerina. Di fronte a chi identifica quell’opera con un “accumulo di ferro e plastica” non valgono del resto argomenti più articolati o sofisticati. Occorre contrapporre a quelle semplificazioni, in un’essenzialità verbale da talk show, che la copertura di Minissi è troppo bella per essere demolita. E basta. Senza soffermarsi sul fatto che il manufatto di Minissi, per quanto concerne i suoi significati, ha acquisito oltre tutto in mezzo secolo valori aggiuntivi, in un percorso evolutivo semioticamente confrontabile con quello che ha trasformato i mosaici da piano di calpestio a opera degna di contemplazione. Mi sono trovato spesso d’accordo con Sgarbi allorché con veemenza ha imprecato contro certe insensibilità degli architetti contemporanei e contro la tendenza di alcuni di loro a prevaricare contesti che avrebbero richiesto ben altra sensibilità. Ci siamo trovati in molti sul suo stesso versante a sottolineare i forti limiti della copertura protettiva dell’Ara Pacis. Per un attimo ingenuamente devo confessare che ho coltivato qualche speranza allorché non molto tempo fa fa propose in piazza San Lorenzo in Lucina un partito della “bellezza”. Ma ora no. Occorre che la sua intelligenza lo aiuti a comprendere che per fretta e per disattenzione si trova ad aver intrapreso una strada perversa. Occorre aiutarlo, in questa circostanza, a difendersi dalla sua presunzione. Occorre spiegargli che Dezzi Bardeschi non è un architetto dell’ultim’ora, e anche il maltrattamento degli altri signori, da lui intrapreso alcuni giorni addietro, dalle pagine d’un quotidiano, non solo non è condividibile, ma non è credibile. Non per loro, va detto, ma per lui. Perché non prenda, stavolta, come dicevano i nostri nonni, fischi per fiaschi. Per poter tornare ad essere ancora d’accordo con lui in futuro, in qualche altra circostanza. Non sono, per quanto mi riguarda, perdutamente innamorato solo dell’architettura metalloevvetro, né sono di quelli che dopo aver progettato un “falso storico” ritengono sia necessario recitare un atto di dolore. Siamo uomini di mondo, in senso critico. Ma vada, il nostro Sgarbi, a verificare come l’ansia del massello di legno si coniughi maldestramente con i mosaici nella stagionata esperienza condotta sul sito di Paphos, e come la nostalgia del laterizio, insieme a quella del massello di legno, risulti degradante a Xanten, nell’area archeologica della Colonia Ulpia Traiana. Parliamo ancora, se crede, della necessità di procedere ad una manutenzione dell’opera di Minissi. Trovando insieme, in accordo con lui, un modo più intelligente di risolvere il destino di quella copertura protettiva che non sia quello che ci debba vedere in molti, sdraiati in una convinta disperata protesta, nel sito di Piazza Armerina. Pubblicato su PresS/TLetter n. 29 2006.

Piazza Armerina: ma davvero può essere apprezzabile una copertura senza titanio e coi montanti banalmente verticali?

Si può dire che due siano gli aspetti dell’architettura di Minissi che non sono mai piaciuti ai Soprintendenti e a taluni critici frettolosi. Uno di essi consiste nella modestia intenzionale delle soluzioni adottate da Minissi. Niente titanio e niente carbonio nelle strutture, niente imbellettamento di tecu patina e niente ossidazioni di maniera. Nemmeno plissettature e spatolati scarpiani. con tutto il rispetto per il genio di Castelvecchio e di Possagno. Nel contempo nessun segno autonomo e velleitario allusivo di un futuro concepito assumendo senso in una contrapposizione ostentata rispetto al passato. Piuttosto, da parte di Minissi, solo riferimenti aderenti a componenti strutturali metacostitutive. Cosicché i critici frettolosi e dediti preferibilmente alle scazzottate televisive finiscono per ritenere in buona fede che la scelta debba essere tra l’architettura museale prodotta dalle stars, Bilbao, Berlino, Maxi, ed un’apertura al sociale tramite l’operato di scenografi nel museo, riproduzioni di cartapesta, ricorsi alla panacea di realtà virtuali. In questa seconda direzione non posso non ricordare i miei contrasti con una soprintendente archeologica che pretendeva di conseguire il coinvolgimento del pubblico tramite basolati in plastica, a terra, e figure di guerriero a contraddistinguere in quel museo il bagno maschile. Pochi sono i critici e i soprintendenti in grado di riconoscere alla museografia una sua specificità tanto rispetto alla Composizione architettonica, quanto rispetto alla Museologia. Né questo avviene purtroppo neppure in termini di Icar, nei concorsi universitari. Per questo non sorprende più di tanto se l’architettura di Minissi sembra destinata a risultare stritolata tra l’aspettativa di una cupola degna del più pacchiano degli expò, e la voglia più o meno confessata di coperture in castagno, con tanto di lamina superiore nell’immancabile tecupatina. Ma forse la verità non è ancora stata detta tutta. Il punto è che i mosaici li si vorrebbe esposti in verticale, su pannelli come quadri. La funzione seconda, identificabile nell’opera d’arte musiva, è probabilmente sminuita, nel giudizio di qualcuno, in una comunicazione troppo nitida della funzione prima, riconducibile spontaneamente, nell’allestimento minissiano, alla funzione pavimentale. Per questo si preferirebbe piuttosto una perimetrazione degli ambienti non trasparente, dal momento che nel buio i mosaici, finalmente posti in verticale, potrebbero perfino essere esaltati in base ad un’illuminazione costante proveniente da apparecchi sagomatori. E poi finalmente ai pannelli potrebbe essere accostato l’indispensabile apporto, finalmente, della realtà virtuale. Questo, oggi, pare che sia veramente e definitivamente museo. Purché la “ferraglia” di Minissi non aspiri a vedersi riconoscere anch’essa l’accrescimento di senso e di valore riservabile senza alcun dubbio alla pavimentazione della villa del Casale. Allora forse è il caso modificare intenzionalmente l’approccio; di smetterla nell’ equivocare la modestia intenzionale dei sostegni di Minissi con una modestia oggettiva; essendo opportuno che si sottolinei non soltanto per la copertura di Piazza Armerina, ma per quella del teatro di Eraclea Minoa, della chiesa di Mazara del Vallo, delle mura di Gela, il senso estetico di macchine celibi di cui in forma più rispettosa viene riconosciuta la bellezza in altri contesti della storia dell’arte. Se una forma di “bellezza” è necessario si riconosca in un’espressione architettonica perché appaia degna di non essere distrutta, allora, dopo la sottovalutazione della copertura di Eraclea, la distruzione di quella di Mazara, lo smontaggio (credo) di quella di Gela, che rimanga almeno, a testimonianza di un’espressione architettonica, e d’una cultura, e d’una “bellezza”, integra almeno la copertura di piazza Armerina. Anche perché non c’è assolutamente bisogno di segnare in essa il passaggio del tempo, meno che mai, come sottolinea con piena consapevolezza Dezzi Bardeschi, per motivi tecnici. Potendo utilizzarsi lo strato di sacrificio attribuito da Minissi ai resti murari per un adeguamento dell’impiantistica, nel senso della sicurezza, dell’illuminazione e della climatizzazione. Potendosi adeguare le superfici in perspex originarie agli odierni standard per quanto attiene l’impiego di vetro stratificato. Trasparente o opaco al passaggio di una piccola tensione elettrica interna. Luminoso o generatore d’ombra in base alla disponibilità di piccole lamelle regolabili all’ interno del doppio strato del vetrocamera. Come opererebbe del resto Minissi se fosse ancora lì a progettare. Pubblicato in: PresS/Tletter n.29 2006

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