Archivio: 2006

Piazza Armerina: Brandi avalla la conservazione della copertura.

Mi sembra di dover cogliere l'occasione determinata dal fatto che il fertile Prestinenza Puglisi abbia tirato la vicenda di Piazza Armerina dentro la sua PresS/Tletter, per contribuire a tener desta l'attenzione su questo rilevante tema. Il quale non vorrei avesse esito comune ad altri noti dibattiti nei quali ci si è radicalizzati in uno scontro epistemologicamente insufficiente, quale quello tra fautori del moderno e conservatori. Dicotomia che se ha avuto senso un mezzo secoletto fa, si dimostra oggi ad ogni occasione storicizzata, inadeguata e insufficiente. E' moderno il cupolone che inevitabilmente è stato proposto sulla villa del casale, o è moderna la soluzione che realizzò Minissi? E' moderno l'uso dell'aspirina o è più moderno il ricorso all'erboristeria? Moderno è concetto assoluto o relativo? E' una questione stilistica o di materiali? E' una fede o un destino ineluttabile? E' una freccia con un solo verso? O più semplicemente il moderno insieme al suo presunto opposto costituisce un dualismo, anche in rapporto a Piazza Armerina, troppo scarno per una fenomenologia del dato culturale che ha bisogno d'esser compreso con strumenti logici sempre più articolati; conseguentemente alla diffusione di strumenti in grado di controllare anche realtà molteplici ed ambigue? La sistemazione museografica di Minissi a Piazza Armerina è la traduzione in architettura del pensiero di Cesare Brandi. «La semantizzazione è in realtà la vita stessa della coscienza come conoscenza intellettiva, dai suoi primordi più oscuri.» «il punto di partenza fondamentale per impiantare un'analisi strutturale di tipo linguistico è di individuare il discontinuo, i segmenti in cui scomporre un continuum.» «solo opponendosi un elemento all'altro o ad altri, l'elemento stesso prende consistenza, si piazza per così dire». (Struttura e architettura, Einaudi) Sforziamoci con tutta la modestia possibile di entrare in tale logica. Sotto il profilo della spazialità interna il progetto concepito da Minissi con l'approvazione di Brandi ri-configura la spazialità presumibile della villa romana. Sotto il profilo tipologico quella soluzione consente di mantenere ai muri (in senso tipologico) il ruolo di muri, alle falde del tetto il ruolo di falde del tetto. Sotto il profilo grafico planimetrico i segni a terra rimangono tali e soli. Sotto il profilo dei nuovi percorsi di visita essi non determinano "rumore" nella comunicazione, in quanto assolutamente coincidenti con uno dei principali termini preesistenti, quale il profilo delle murature. Sotto il profilo semantico la soluzione non rimanda ad immagini improprie (copertura di campo di calcio, padiglione da expò ecc), ma a quella più propria delle coperture provvisorie sugli scavi. Sotto il profilo del linguaggio le articolazioni metalliche rimangono nei limiti di quelle delle serre e i montanti verticali a sezione tonda di modeste tubature idrauliche. Sotto il profilo del rapporto con i mosaici l'angolazione visiva dei visitatori non è dissimile da quella originaria. Sotto il profilo dell'apprezzamento della qualità materica e realizzativa degli stessi la distanza è ottimale. E poi ancora volendo sotto altri profili. In relazione alla finezza degli argomenti brandiani questo mio tentativo di procedere secondo una logica destrutturante può risultare rozzo e inadatto. Eppure è concepito nella direzione del far emergere quanto la copertura di Minissi occorre che vada conservata, in quanto esempio esemplare di un approccio critico fondamentale; quanto meno, anche per i meno propensi, nella seconda metà del secolo scorso, nelle arti, nella filosofia, nel cinema, nell'architettura. Esistono casi nei quali va considerato non solo il valore culturale dell'oggetto originariamente conservato, mantenuto, musealizzato, come anche in questa circostanza avviene per il mosaico se si relega la copertura al ruolo di gratuita baracca protettiva (davvero grave l'esternazione del Soprintendente: «ha poca importanza la "forma della campana. Anzi, non ce ne frega proprio nulla»). Il percorso che conduce il pavimento della villa ad assumere l'indiscutibile ruolo di documento culturale imperdibile non è prerogativa delle produzioni del passato. E' in realtà lo stesso che si riconosce nel processo evolutivo dei significati d'una pala d'altare. Che pure va riconosciuto necessariamente a Guernica ma anche ai barattoli Campbell. La copertura di Minissi e Brandi a Piazza Armerina può essere migliorata nella sua funzione così come certamente avrebbe dovuto essere meglio mantenuta precedentemente. Ma solo nello spirito nel quale si può pensare di correggere le forti formazioni di condensa nelle celle corbusieriane dei monaci ad Eveux o certe soluzioni scarpiane a Palazzo Abatellis e a Possagno. (pubblicato su: Press/TLetter 25.09.2004)

Piazza Armerina: Rosario Assunto firma per Minissi

Non sarò all’InArch in occasione del dibattito sulla copertura dei mosaici nella Villa di Piazza Armerina. Ma intendo avvalorare con qualche considerazione, come ho già fatto sulle pagine di PresS/Letter di LPP, la convinzione che si possa e si debba conservare attivamente tanto il primo documento (il mosaico) quanto la copertura di Minissi-Brandi. Laddove per conservazione attiva si intende la possibilità di migliorare tecnicamente, climatizzando, migliorando la tenuta, sostituendo il perspex con lastre di cristallo stratificato, integrando la struttura generale con altri servizi, comunicando il senso complessivo e molteplice dell’occasione culturale. Cito da Rosario Assunto, dall’ Introduzione a “L’antichità come futuro”. “Per noi che abbiamo imparato non esservi nella storia momenti i quali siano per sé privilegiabili come portatori di una bellezza più alta di quella in cui altri momenti trovarono la loro espressione, non si tratta di scegliere tra l’Antichità dei neoclassicisti e il Medioevo dei romantici o di Ruskin (tanto più che anche il neoclassicismo, il romanticismo, e in una certa misura anche il ruskianesimo, appartengono ormai a un passato da recuperare e valorizzare, anche prospetticamente) e nemmeno si tratta di anatemizzare il Barocco, seguendo così le orme dei neoclassicisti e dei loro sodali razionalisti: oppure di penalizzare il Rinascimento nei confronti del quale è nota l’intolleranza, non di rado incomprensiva, che dimostrò il Ruskin. Altro compito è quello che oggi tocca a chi studi la storia dal punto di vista dell’estetica: si tratta di capire la storia nella molteplice varietà delle sue bellezze le quali sono altrettante sfaccettature della categoria estetica, in quanto diversifica nel tempo e nello spazio la propria unità, e nel tempo e nello spazio moltiplica la propria identità.” Non è concepibile un’interpretazione di un’ipotetica distruzione della copertura che Minissi e Brandi concepirono mezzo secolo fa per i mosaici di piazza Armerina senza tener conto dell’analogia con le demolizioni di chi cancellò la facciata di S.Maria in Cosmedin, i campanili sul Pantheon, la spina dei Borghi. La copertura sui resti della villa del Casale ha più valenza di docu-monumento probabilmente di quanto non avesse la copertura dell’Ara Pacis, sulla quale pure continuiamo a piangere lacrime criticamente di per sé corrette. La distruzione di coperture storiche conferma di avere una pessima tradizione: l’errore iniziale rimane confermato come una dannazione. Ho comprato frutta da ragazzo tra le arcate delle Halles; ho provato delusione per la loro distruzione; ho creduto all’ annientamento degli indiani americani nella pellicola di Marco Ferreri, fuggitivi a mezza costa nel cratere di quel mercato distrutto. Ho però goduto nel vedere la successiva squinternata ricostruzione, pomposamente definita Forum des Halles. Sono certo che la nuova versione cui i parigini si accingono sarà ancora più deludente. La banalità è la condanna insita nel destino di chi attua inopportune demolizioni di fragili coperture, troppo indifese nei confronti di chi aspira a parcheggi multipiano al posto delle volute in ghisa e alle tracce degli zoccoli filmate da Ferreri. La stessa banalità seppellirà chi sogna cupole geodetiche sui mosaici delle ginnaste in bichini di Piazza Armerina. Minissi si limitò a deporre ali trasparenti sui resti emersi. Non troppo diversamente da quando, con ritagli di lamiera forata, realizzava enormi farfalle colorate in giardino. Coniugando storia e natura nell’inguaribilità del suo sogno Moderno. Non è frequente che un parapioggia possa documentare una cultura. A Parigi molti cominciano a rimpiangere il loro parapioggia. A Piazza Armerina si è scalpitanti nell’ansia di sostituirlo con quel connubio di centro commerciale, schermi al plasma, cafeterie che ancora ci si ostina a definire museo. (pubblicato su: PresS/Tletter n. 7 2005)

Piazza Armerina: una firma l'ultima soluzione prima d'incatenarsi alla copertura

È in corso la raccolta delle firme, dopo la distruzione di troppe opere di Minissi, di coloro che sono favorevoli ad una conservazione, adeguata al mezzo secolo trascorso, della copertura protettiva di Piazza Armerina.

Copertura dei mosaici di Piazza Armerina: l'adesione di Eco (implicita) alla tesi della conservazione

Sintetizza Eco a conclusione di un suo martellante ragionamento sull'evoluzione del segno architettonico (Le forme del contenuto,1971,Bompiani,p.160): "Avevamo distinto due tipi di funzioni: le funzioni prime, che sono quelle che la traduzione funzionalistica riconosce come le funzioni propriamente dette (salire, affacciarsi, prendere aria, ricevere luce, vivere insieme, ecc.);e le funzioni seconde, che sono quelle che la toria delle arti o l'iconologia hanno piuttosto classificato come i "valori simbolici" dell'architettura: una cattedrale gotica consente alcune funzioni prime come "stare insieme" ma comunica nel contempo alcuni valori "ideologici" come "elevazione al cielo", "sentimento mistico", "diffusione della luce come simbolo della presenza divina", oppure "raccoglimento", "deferenza" e così via. Abbiamo distinto così nel segno architettonico un processo di denotazione di funzioni prime e un processo di connotazione di funzioni seconde." Il decoro del pavimento della villa del Casale, a piazza Armerina, è oggetto inevitabilmente di un incremento sostanziale nel giudizio di valore: da piano di calpestio ad opera d'arte. Un incremento di valore costantemente riscontrabile nel riconoscimento di ciascun soggetto nel novero dei beni culturali. In un processo al quale inevitabilmente non sfugge il mosaico pavimentale di Piazza Armerina. Ma al quale qualcuno vorrebbe che sfuggisse la copertura dei mosaici, che fin dal momento della sua concezione ha superato la sua condizione di funzione prima , assurgendo, nella riflessione congiunta di Minissi e Brandi, ad una concretizzazione nel linguaggio architettonico di un giudizio di valore. Allora, se possiamo non rimanere troppo colpiti dal turpiloquio di Sgarbi, che senza troppo riflettere definisce "ammasso di ferro e vetro" il progetto di Minissi, non può non lasciarci seriamente pensierosi lo "sgarbo" di Giorgio Muratore, le cui arguzie, nel suo blog, normalmente ci titillano nel grigiolino del panorama. Ma stavolta scrive, a proposito di Piazza Armerina: "..francamente a noi interessa, soprattutto, la tutela dei mosaici … il resto sa un po’ di aria fritta … tra un hi-tech all’amatriciana … e un Getty-Malibu alla Pachinese … forse sarebbe meglio sotterrare di nuovo tutto e …intanto andarsi a vedere i mosaici del Bardo …" L'architettura, anche quella delle mostre e dei musei, può accadere che possa aspirare anch'essa a superare la funzione prima, in un' evoluzione la quale quasi senza eccezione viene riconosciuta da tutti ai mosaici (non soltanto a quelli di eccezionale valore di Piazza Armerina). Qualche metro quadrato di mosaico di cui mi sto occupando in questi gioni faccio ben fatica a non mantenerlo nei limiti della funzione prima, nonostante i secoli trascorsi, per loro. Quei secoli trascorsi e la magia della parola "mosaico" fanno sì che anche il più disinteressato incidentale proprietario di quel metro quadrato di insulso mosaico batta trepido le manine e ordini all'architetto faretti a iosa e passerelle di vetro. Neppure lui si sognerebbe di definirlo "un ammasso di pietruzze". E ne desidera l'incremento di considerazione. Invece rispetto alla copertura di Minissi, alla quale hanno riservato se non sbaglio la copertina i due unici libri che si sono occupati di coperture protettive come ambito con una sua dignità disciplinare, (credo che sia così perché uno dei due è mio), si deve leggere: "...francamente a noi interessa, soprattutto, la tutela dei mosaici … il resto sa un po’ di aria fritta…". Comprendiamo che l'espediente di un'ostentazione di calo di tono, talvolta di un vernacolo, costituisce un godibile espediente, per chi se ne serve solitamente con maestria, (è il caso Muratore), allo scopo di centrare concetti altrimenti destinati a rimanere in secondo piano. Ma la lucida analisi di Eco stavolta ci convince di più. Non soltanto rispetto all'incremento di valore nel significato dei mosaici, rispetto ai quali l'articolazione del giudizio di Eco è esemplare, ma anche, inevitabilmente, per chi non abbia preconcetti, per la copertura protettiva di Minissi.

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