Archivio: 2008

STORIE DI UOVA , TANTE. E DI FRITTATE, NESSUNA. AL MAAQ, IL MISTERIOSO MUSEO DI L'AQUILA. PINACOTECA? MUSEO CIVICO? GALLERIA D'ARTE CONTEMPORANEA? MUSEO ARCHEOLOGICO? SEDE DI MOSTRE? PERCHE' NON FARE UNA MOSTRA DEI PROGETTI, 1987-2008?

Copertura trasparente Mi capita frequentemente di leggere su periodici cittadini o regionali in Abruzzo delle perplessità che pervadono i giornalisti o i cittadini che hanno a cuore le cose del capoluogo aquilano. Sembrerebbe a prima vista che la condizione di fermo, misurabile a decenni, che interessa il grande museo previsto per il complesso di S.Maria dei Raccomandati, affacciato sul corso principale, possa essere la mancanza di un adeguato progetto concepito a districare il dettaglio dell'utilizzazione. Cosi sembrerebbe a prestar fede ai principi del benemerito Manifesto di Elkann il quale propugna il ricorso ad architetti italiani di qualità. Ponte espositivo interno. Ebbene, per il museo di S. Maria dei Raccomandati, insieme al prof. Franco Minissi, ho redatto il primo d'una serie di progetti cominciata con il primo progetto di massima per un museo civico-archeologico, nel lontano 1987. Dopo la scomparsa di Minissi ho consegnato l'esecutivo completo, inclusivo anche dei dettagli costruttivi per la pinacoteca, per le vetrine dei reperti archeologici, delle sale per mostre, ecc. entro la fine del secolo scorso! E poi ho redatto altri abbondanti esecutivi di allestimenti per museo archeologico. Nel Convegno tenutosi a L'Aquila sul ruolo del futuro Museo di L'Aquila tenni una lunga relazione che inquadrava i principi museologici interni e quelli esterni al museo. Gli uni e gli altri sono stati ben tenuti presenti, ovviamente senza mai esplicitare il riferimento bibliografico, da chi ha scritto successivamente del rapporto tra contenuto del museo aquilano e la rete museale sul territorio. Tutto il materiale di cui si è detto è pubblicato organicamente nel mio “Allestimento museale in edifici monumentali”, particolarmente tra le pagg. 146 e 156 e nelle numerose pagine con foto, render e disegni . Il libro stesso mostra del resto anche in copertina un'immagine del MAAQ, il museo di S.Maria dei Raccomandati (ricordo che cominciai a battezzarlo MAAQ da quando, nel corso di una mia serie di conferenze in numerose università portoghesi, e in particolare nel Politecnico di Viana do Castelo, mi resi conto che la parola “raccomandati” era intesa come molto italiana all'estero e in tal senso in grado di suscitare sviscerata ilarità). All'interno del libro “Allestimento museale in edifici monumentali”, edizioni Kappa, Roma, si leggono gli atti del convegno, l'articolazione dei contenuti nelle sale, il disegno delle attrezzature museografiche, le dotazioni del ristorante all'attico, delle varie sale espositive, la sala mostre nella chiesa rstaurata, il tunnel interno, il sistema di ascensori e degli elevatori per disabili realizzati o progettati su mio progetto. A questo libro, e poi anche al successivo mio “Il progetto del museo”, ed. DEI, deve pertanto riferirsi chi voglia capire qualcosa del misterioso museo di l'Aquila. Delle altre contemporanee verifiche di fattibilità, profumatamente compensate, e degli altri anonimi progetti di allestimento, in più occasioni distribuiti e fatti circolare, ho poca conoscenza, come del resto nessun altro, pare, ne sappia qualcosa. Il resto è, come dire, piccolo cabotaggio locale, secondo una voglia diffusa e costante di arrivare il più tardi possibile a completare la realizzazione. Perché finché il cantiere è virtualmente aperto la gallina può continuare far uova effettive per molti, e poi ancora per molti di più. Non importa se a scapito della qualità e dell'economia pubblica. Se ogni uovo costa tre, o quattro, o cinque, dieci uova, il progettista poco può farci se non si perviene mai alla frittata. Questa del resto essendo la filosofia di chi alla frittata preferisce le aragoste. Al progettista non resta in questi casi se scegliere tra le dimissioni, che insieme a Minissi finimmo in effetti per dare, quando con la contabilità del locale ingegnerei, eravamo progettisti e direttori dell'aquilano Museo Signorini Corsi, in via Patini. Oppure coinvolgere chi di dovere nella verifica di un laborioso esposto, come puntualmente mi venne spontaneo di fare per il MAAQ. Ma quando il problema non s'identifica con il furto di uova, ma con tante, troppe, eccessive uova che non arrivano mai, neppure in un arco che va dal 1987 al 2008, a produrre una sola frittata, è più facile che l'esposto si concluda in archiviazione. Preferire le aragoste alla frittata non è reato, del resto. Prima pinacoteca, forse museo civico, forse galleria d'arte contemporanea, forse museo archeologico, forse sede di mostre, forse.... perche'non fare una mostra pubblica dei progetti, quelli ufficiali e quelli anonimi, tra il 1987 e il 2008? Potrebbe essere interessante.

SGARBI SINDACO A SALEMI CON TUTTO IL NOSTRO APPREZZAMENTO. NELLA SPERANZA CHE A PIAZZA ARMERINA SAPRA' CONVERTIRSI AD UN RESTAURO DELLA COPERTURA DI MINISSI OLTRE CHE DEL MOSAICO.

immagine-11.png Questo è lo Sgarbi che ammiriamo. Che era in grado di difendere il senso dell'ipotesi antiMeier favorevole al mantenimento della teca di Morpurgo sull'Ara Pacis. Di cui vorremmo ce ne fossero mille. In grado di valorizzare una "piccola" realtà culturale come Salemi facendone emergere tutte le componenti sopite e dimenticate. Capace di innescare un processo di "vitalizzazione", come si usava dire qualche tempo fa, come pochi. Che ancora speriamo si converta a riportare la gestione della copertura di Piazza Armerina nei binari del restauro (migliorativo ma restauro) dell'opera di Minissi e di Brandi, insieme al restauro del mosaico. Perché valore culturale non è solo mosaico, ma anche architettura alla quale un'ampia componente di giudizio riconosca l'esigenza d'esser mantenuta. Abbiamo stima di Sgarbi, e quindi fiducia che saprà modificare l'approccio intrapreso nei confronti della copertura dei mosaici di Piazza Armerina. Attacco della porta scorrevoleSe a Piazza Armerina dovessimo assistere al ripetersi della vicenda del bolso Forum des Halles saremmo doppiamente delusi, per la mancata conservazione di un episodio significativo della storia dell'architettura, e per il fallimento di un personaggio che in ogni altra occasione dimostra di saper cogliere in positivo la molteplicità dei valori al di là dell'apparenza. Assumendosene la responsabilità. (Lettera di S.R. a La Stampa di Torino).

FIRMANDO IL “MANIFESTO PER LA BELLEZZA DEL NOSTRO PAESE”, PROMOSSO DA ELKANN.

Firmando il "Manifesto per la bellezza del nostro paese", promosso da Elkann, è da auspicarsi che venga assunta la bellezza, e non sinonimi, quale esplicito basilare riferimento. Il noto scrittore giornalista Alain Elkann è persona intelligente e anche sicuramente onesta. In quanto intelligente e onesto, probabilmente apprezzerebbe, qualora mai le leggesse, anche il contenuto critico di queste righe, che volentieri farei seguire ad una mia adesione al suo “Manifesto per la bellezza del nostro paese”. Del resto analoghe critiche, ribadendo da parte mia di non ritenere necessario il rispettare alcuna provenienza politica, ma solo l'intelligenza e l'onestà degli interlocutori, l'avevo manifestate pari pari in altre mie osservazioni su questioni, diciamo così, di architettura, rivolte ad Alberto Asor Rosa17 July 2007. Anche gli intellettuali intelligenti ed onesti, fuori del loro specifico, possono peccare di genericità allorché percorrano ambiti disciplinari non proprio di loro stretta competenza. D'altra parte solo rispetto ad intellettuali intelligenti ed onesti vale la pena entrare in un atteggiamento critico e dialettico; non valendo la pena, rispetto agli stupidi e ai disonesti, neppure il tentativo di dare un apporto. Accompagnerei perciò con le critiche che seguono un apprezzamento preliminare all'intento di Elkan di rispondere organicamente alle problematiche culturali complessive del nostro paese. Nell'ambito di questo apprezzamento proviamo ad entrare in dialogo, e diamo senso alle critiche. All'interno della complessività del Manifesto, proprio per sfuggire al rischio del generico, è inevitabile che in questo frangente mi limiti ai temi che mi sono più pertinenti. Uno dei primi paragrafi è intitolato: architettura contemporanea. Inoltrandosi nella lettura si capisce che Elkann è convinto senza che gli si affacci qualunque sano dubbio che l'architettura contemporanea sia o meno necessariamente quella che appare sulle riviste specializzate, sottoscrivendo con ciò le conseguenze di una perdurante presunzione di frattura con una tradizione architettonica che in realtà non si capisce perché dovrebbe continuare a conoscere cesure. Ecco là che nell'accettazione delle ben nota barriera identificabile con il Moderno, l'architettura contemporanea finisce con l'identificarsi con l' architettura-spettacolo. In effetti è nell'identificazione con l'architettura-spettacolo che nel Manifesto sembrerebbe identificarsi l'architettura contemporanea. Nel paragrafo successivo ci si sofferma sulle problematiche di quella che viene definita “la linea costiera”. In un riferimento che, per quanto riguarda la linea costiera italiana, allude più o meno esplicitamente alle troppe costruzioni che la invadono. Ci si aspetterebbe che mantenendo fede alla medesima logica, i contenuti si evolvessero in un riferimento alle aree metropolitane, e poi a quelle di sviluppo, residenziale o industriale, e poi alle città d'arte, e poi alle fasce vallive perpendicolari alla costa, o agli altipiani, o ai sistemi di valore storico-ambientale, e in essi alle problematiche di recupero dei piccoli centri storici. Elkann invece si ferma in tal senso all'accenno all'architettura costiera, limitandosi a quella specifica tipologia territoriale, senza confrontare con essa le condizioni di altre situazioni territoriali. Trascurando, come già rilevato, quanto attiene alle pendici di mezza costa ed ai medi centri storici. Nonché la condizione montana, l'entroterra, la disseminazione di territori fondati su articolazioni storicizzate. Ma allora che senso ha, in cima ad uno dei primi paragrafi del Manifesto, quel riferimento estemporaneo alle coste, per colpire il lettore con un implicito giornalistico sentimento riferibile ad ecomostri? Tralasciate d'improvviso le coste si passa a leggere: “non possiamo pensare che l’Italia possa fare a meno di moderne infrastrutture”. Ma forse tanto vale tranquillizzare i sottoscrittori del Manifesto che tali moderne infrastrutture, sulla cui necessità concordiamo, non debbano necessariamente insidiare ulteriormente l'integrità della fascia costiera. Invece si procede con l'auspicio, e in quanto tale apparirebbe quasi una proposta per una soluzione per la problematica della linea costiera, “dobbiamo puntare con maggiore decisione sulla qualità dell’architettura per usare il territorio con saggezza”. Ecco il toccasana: “Più spazio alla qualità che consentirà di meglio valorizzare le competenze degli architetti italiani che oggi sono più apprezzati all’estero piuttosto che nel proprio paese.” Dio mio! la qualità.. a saperlo che cos'è la qualità ....! Nel Manifesto è dato per scontato che si sappia cosa sia la qualità. O che per lo meno che lo sappiano gli architetti italiani che oggi sono più apprezzati all'estero. Ma poi più avanti l'autore del Manifesto sembra accostare ulteriori caratteristiche alla precedente, nell'identificazione di cosa sia la qualità dell'architettura. Al primo posto valorizzazione degli architetti italiani apprezzati all'estero. Al secondo posto, alla peggio, “è sicuramente vero che un’edilizia senza architetti dimostra scarsa considerazione per la qualità delle costruzioni”. Non gli viene il dubbio, ad Elkann, che stuoli di architetti orientati ciascuno unicamente a sopraffare il collega per originalità e ardimento nello stile delle star internazionali saranno più dannosi perfino della monotonia sterminata di palazzine 'in stile-caltagirone'; in una rassegna senza confini di dilettanti allo sbaraglio. “Non è detto che l’inversione di questa percentuale sia sufficiente per produrre architetture migliori”, concorda con noi per un attimo Elkann. Ma poi prosegue, nella certezza di avere nella manica la soluzione: “i concorsi dovranno essere riservati ai giovani professionisti, al di sotto di un certo importo dell’opera”. Ma allora perché non quote rosa per l'architettura o concorsi riservati ad architetti di colore? Ed eccoci più avanti alla qualità della città. “La migliore qualità della città trova un riscontro evidente nell’organizzazione della vita sociale, aumenta la capacità che i luoghi hanno di attrarre turismo, sviluppa la competitività urbana e territoriale, crea nuove economie. Occorrono quindi politiche ispirate dalla diffusione della qualità nella gestione delle trasformazioni degli spazi urbani.” Proposta del Manifesto: “Nei piani e nelle procedure per il rilascio delle concessioni edilizie dei nuovi edifici è necessario fissare come standard quei requisiti prestazionali (il risparmio energetico, i consumi e la sostenibilità ambientale e paesaggistica) indispensabili per salvaguardare la qualità urbana.” Ma siamo certi che l'etico sia necessariamente estetico? Più avanti il Manifesto di Elkann prosegue soffermandosi su altre tematiche quali il paesaggio, i musei, il turismo. Ma anche lì, nella dimenticanza dei presupposti di un titolo che recita “Manifesto per la bellezza del nostro paese”, si limita a poggiare solo su esigenze di carattere sociologico, etico, dimenticando di mantener fede a quell'esplicito promettente riferimento alla bellezza. Un auspicio alla bellezza non essendo necessariamente il medesimo auspicio alla qualità. O all'impulso all'occupazione dei giovani. O alla salvaguardia della legalità. O al rispetto dei divieti. Tutte esigenze altamente significative, ma che di per sé non hanno mai determinato la bellezza di un paese in nessun caso in cui siano state prese seriamente in considerazione. Per essere ancora più spietatamente chiari: una città bella solo nelle facoltà di architettura si pensa che possa scaturire da premesse sociologiche, etiche, che possa identificarsi con le caratteristiche anagrafiche dei progettisti, o col rispetto ferreo dei vincoli di piano regolatore. Derivando oggettivamente una porzione bella di città bella esclusivamente da una volontà consapevole di progettare una città bella. Questa dovrebbe essere la premessa logica univoca ad un Manifesto di questo tipo. Senza essere un patchwork di aspirazioni accolte lungo il corso storico del secolo scorso; candidate tutte a sostituire nel suo ruolo l'aspirazione alla bellezza. Allora, in un atteggiamento critico attivo che non mi impedisce di firmare e apprezzare il Manifesto, riterrei necessario progettare un approfondimento dello stesso che prenda le mosse da una distinzione tra architettura come prolungamento naturale della storia dell'architettura, e design, o meglio, design moderno. Ecco, se davvero si vuole come impegno politico mirare alla bellezza del nostro paese, come esplicita il titolo di questo Manifesto, non si può prescindere dal dichiararsi esterni a quegli atteggiamenti tanto diffusi tra gli architetti che individuano la propria qualità all'interno del contrapporsi al paesaggio, al tessuto urbano, alle articolazioni territoriali storiche. Non si può auspicare quella qualità alla quale ci si riferisce nel Manifesto, richiedendola ai concorsi, ai giovani, al rispetto dei veti, dando per scontato che essa derivi dal riferimento formale alla necessità di condizioni di falsa instabilità statica, magari nel riferimento a crolli o nell'evocazione di condizioni catastrofiche. E' per questo del resto che quella bellezza di cui si ha l'onestà di esprimere l'esigenza nel titolo del Manifesto, passa poi a nascondersi pudicamente sotto presunti sinonimi come “qualità”, di per sé attribuibile senza accuse di incoerenza persino al brutto. Allora, se i progettisti, piuttosto che architetti, saranno designers in una intenzionale rimozione della storia, o addirittura in una intenzionale contrapposizione ad essa e alle sedimentazioni nel territorio, in un irresponsabile e ingiustificabile desiderio di prolungamento d'avanguardie, siamo certi che ad essi, concorsi o no, giovani o no, riconosciuti all'estero o no, si possa affidare le coste, le città d'arte, le articolazioni storicizzate, il paesaggio e così via?

SAVERIO MURATORI IN PILLOLE. PREDISPOSTO IN S.RANELLUCCI, "RESTAURO URBANO,TEORIA E PRASSI", UTET. PER COLORO CHE NON NE AVESSERO MAI INTRAPRESO UNA LETTURA INTEGRALE DEGLI SCRITTI. PRATICAMENTE PRESSOCHE' PER TUTTI.

Da: Come giudicare un’architettura. p. 251 “L’emozione estetica è un fatto tutto spirituale che dipende dall’armonia unitaria e dal nesso coesivo della immagine architettonica; più forte è questo nesso, più efficace, più vivo risalta il vigore espressivo dell’opera. Un’architettura non è una pittura, che si abbraccia in un solo sguardo sul piano di rappresentazione, essa è una realtà plastica, ed è più di una scultura, in quanto si realizza in uno spazio che non solamente si esprime verso l’esterno, ma contemporaneamente verso l’esterno e verso l’interno; caratteristica dell’architettura è questa ricchezza spaziale, che pure richiede una coesione perfetta nel concorrere di molteplici elementi in un effetto essenziale di unità. Tale unità della sua complessità strutturale si chiama organismo: essa si manifesta in una efficienza totale dell’edificio che comprende molteplici aspetti particolari, quali l’organicità dell’insieme e il proporzionameno delle parti nel tutto, la rispondenza allo scopo, la chiarezza distributiva, non meno che l’adesione della costruzione all’ambiente nel quale essa sorge.” In: Muratori S., Storia e critica dell’architettura contemporanea, Disegno storico degli sviluppi architettonici attuali (1944), Saggi di critica e di metodo nello studio dell’architettura (1946), a cura di Marinucci G, Centro studi di urbanistica, Roma 1980,. da: Premessa al metodo, p. 38 “L’uomo è possessore di una certa realtà, e questa realtà egli vuole realizzare nel modo migliore, sia come essere vivente, sia come essere conoscente. Cioè, nella sua realtà egli è vincolato dal fatto di non essere un puro animale che vive entro i propri limiti senza altri problemi; egli invece ha una problematica che gli deriva dal fatto di essere più o meno consapevole della propria vita e, quindi, su questa sua vita interferisce con la coscienza.” …………………………. “L’uomo senza coscienza sarà semplicemente un animale, che potrà anche vivere rigoglioso, ma, ritornato puramente istintivo, diventerà un mero strumento della natura.” ………………………….. “Vi è dunque un doppio limite al processo dell’uomo: la natura e la coscienza. Da questo doppio limite derivano non solo le condizioni della sua felicità (ammesso che l’uomo possa essere felice) ma anche le inevitabili condizioni del suo comportamento. Dalla consapevolezza di questi limiti deriva il fatto che molti problemi, postisi all’uomo senza una chiara spiegazione, si chiarificano invece del tutto. In effetti si vede che il processo coscienza-realtà si svolge con decorsi ciclici, le cui oscillazioni sono contenute in limiti precisi, entro i quali esse passano da punti massimi a punti minimi. E lo stesso processo ha anche un decorso storico. In tali termini si presenta, ad esempio, il tanto discusso problema del progresso umano: l’uomo progredisce o non progredisce?” ………………………….. “Questi problemi, noi sosteniamo, non sono veri per se stessi, ma possono essere considerati veri nell’ambito interno al binomio realtà-coscienza.” …………………………… “Se ci trovassimo a guardare da una posizione lontanissima quanto avviene nel mondo terrestre, naturale ed umano, constateremmo che, indipendentemente dalla volontà umana, le cose si svolgono sempre nello stesso modo.Vi è una volontà extra umana che domina,nella quale non c’è assolutamente posto per la libertà, ossia per la possibilità di trasformare la realtà al di fuori ella legge naturale; e non c’è posto per il progresso. Al contrario, il progresso c’è solo nei confronti della coscienza, che pone la natura entro un suo certo quadro. Tale quadro, però, fattasi la coscienza più esperta, viene visto in maniera via via in maniera più acuta, sensibile e lungimirante. La coscienza può così constatare fatti gradualmente più precisi, ma ovviamente sempre partecipi di una sola realtà, quella unica, che è la realtà naturale.” Pubblicato in: Muratori S., Metodologia del sistema realtà-autocoscienza, dalle ultime lezioni (1972-73), ), a cura di Marinucci G, Centro studi di urbanistica, Roma 1978, da: Messa in orbita dell’autocoscienza, lettura del reale: il territorio. Lezione tenuta il 12 giugno 1972 p. 419 “……..ciò che noi intendiamo per territorio. Al fine di perseguire tale riconquista del concreto, tornerà ora molto utile la nostra qualità di figurativi, che ci deriva dal mestiere di architetti urbanisti. Però, ricordiamolo bene, non di figurativi romantici, vuoti inventori di forme decorative, ma di uomini concreti: il nostro mestiere dovrà essere completamente rovesciato rispetto alla visione dell’ultimo sviluppo soggettivista romantico, per il quale l’architetto era un velleitario, fantasioso inventore. Noi dobbiamo opporci a questa visione distorta e malata; e se vogliamo curare questa malattia, dobbiamo assolutamente ridurre la figura e il mestiere dell’architetto a qualcosa di logico: cioè alla esclusiva lettura del reale. Sappiamo bene che questa nostra posizione è dura e difficile, che il nostro discorso può apparire azzardato, perché esso violenta la natura stessa dell’uomo, nei suoi aspetti di soggettività personale, incapace di riconoscere i propri limiti.”………….. p.420 “…….invitiamo a tornare al nostro mestiere di architetti urbanisti, cioè a riflettere su come fare le nostre pianificazioni. Che cos’è dunque la pianificazione che ci attende? Non certo l’invenzione di cose nuove: se la pianificazione fosse solamente questo, cioè l’invenzione di cose ancora non fatte, allora sarebbe necessaria l’antipianificazione. Bisogna fare qualsiasi cosa, fuorché l’invenzione di cose nuove; la vera invenzione è il non inventare nulla. “……… p.427 “………torniamo al territorio, che è il banco di prova per riconoscere i limiti concreti delle nostre aperture ipotetiche, dei nostri discorsi filosofici e storici. E ci accorgeremo che questo banco di prova è un campionario ormai completo, che deve essere letto e ci deve servire, per cambiare finalmente il nostro modo di operare. E’ come se ci trovassimo in un ristorante di cibi pronti, in un self-service: non c’è altro da fare che leggere i cartellini delle pietanze e i prezzi. L’arte del cuoco è ormai finita. Per uscire dalla metafora, il momento delle invenzioni, che poteva essere stato, semmai, nel periodo di messa in orbita, è finito; ora siamo arrivati al tempo zero, al momento in cui dobbiamo solamente saper leggere. Questo è il vero lavoro, l’unico lavoro serio e degno di validità: l’acquisizione di una coscienza adeguata alla realtà in senso permanente. Ma saper leggere è cosa difficile: seppure non si perverrà mai ad una lettura completa del tutto, sarà almeno possibile leggere quanto è più adeguato alla nostra natura. Con questa intenzione dovremo quindi accingerci a leggere il territorio, fondendone i due aspetti geografico e storico, nell’unità di uomo più natura. Il territorio non dovrà pertanto essere considerato in senso strumentale, come materia prima da sfruttare o come fatto già acquisito da superare, ma dovrà essere letto come un risultato, con un atteggiamento di coscienza adeguata, quanto dire finale. In tal modo sarà possibile trovare nel territorio non solo il modo fisico, condizione della fisicità del corpo umano, ma anche la società umana, cioè la storia mentale dell’uomo. Questa storia, solidificata nella realtà territoriale, è il limite, la condizione perenne dell’uomo.” p.428 “Con questo orientamento, avviciniamoci dunque all’esame della nostra terra, che vista così, diviene insegnamento fondamentale: essa contiene non solo la coerenza di una struttura-fisica, animale, umana e poi civile, quindi scientifica, filosofica, religiosa-ma anche l’esplicitazione di tutti questi fatti, non più dati come ipotesi astratte del posibile, ma realizzati in concreto. Questi due termini-naturale e mentale-pur coincidenti nella realtà, hanno tuttavia due diversi tipi di equilibrio.” “Ecco dunque che se leggiamo separatamente una carta fisica ed una politica della stessa area, rileviamo che la prima parla il linguaggio della natura e la seconda quella degli uomini, sia pure condizionati dalla legge fisica. Ma quando uniremo queste due carte, facendo di quell’area un territorio, vedremo la mediazione dell’ottimo umano con l’ottimo naturale. Allora sarà possibile comprendere in che consiste la messa in orbita: è l’equilibrio ottimo dei due sistemi, che hanno il proprio massimo definito nella loro stessa natura.” p.434 “Ora, prima di illustrare le tavole delle diverse fasi civili territoriali dell’Europa, soffermiamoci ancora sulle nostre categorie di strutture territoriali: crinali, mezze coste, valli e pianure. Tali sono i modi con cui il suolo si oppone gradualmente alle esigenze generiche di fruimento; ma anche l’uso di esprime in quattro gradi di strutture, i percorsi, i tessuti, i nodi e i confini.”….. “Con questo orientamento, diventa molto istruttivo leggere una carta geografica, per piccola che sia, e meglio ancora una carta storico-geografica.”…. “Compresi dunque in questo modo i massimi e i minimi di rendimento territoriale, ci si rende conto di come si debba rispondere a chi venga a proporre-ad esempio-di fare un piano regolatore d’Italia. Invece di fare piani su piani-tutti astratti e in perdita- si dovrebbe rispondere così: ma il piano è già fatto e voi non lo sapete leggere; basta solamente fare le leggi adatte per vivere meglio possibile in un quadro difficile ma già tutto concluso. Forse potrà essere apportata qualche piccola variante locale, e si dovrà capire il probabile ciclo, forse inevitabile, tra un momento di caduta e un momento di massima armonia. Ecco la risposta: capire tutto questo e adeguarsi socialmente a questo procedimento, in modo di mettere a posto i nostri orologi con giusto criterio. Questo è il piano. Il nostro modo di ragionare non è rinunciatario, come taluno potrebbe pensare, perché permette di intervenire adeguatamente nella realtà. Pensate: oggi noi viviamo in un paese che forse ha l’unico difetto di essere troppo bello, armonico e ben fatto e, ciononostante, abbiamo la barbarie di non saperlo, di non capirlo, di sfruttarlo male, di rovinarlo. Mentre abbiamo viceversa la possibilità di integrarlo, per quel tanto che è giusto, e soprattutto di usare le cose già presenti con criterio e con intelligenza;e non certo elevando tutto il livello delle architetture a palazzo Farnese o quello delle città a Roma, perché in tal caso elimineremmo le giuste graduazioni e il nostro ambiente diventerebbe sicuramente più brutto. Queste sono le considerazioni che derivano dallo studio dei diversi gradi di uso del territorio. Ed è molto utile che esse giungano ora, dopo e non prima del nostro rapido esame della storia della civiltà. In tal modo esso prende un aspetto nuovo, perché lo stesso giudizio si trova in presenza di fatti indiscutibili, chiariti e contrapposti in un certo modo e soprattutto reali, in quanto la storia non è una opinione. Naturalmente non le storie interpretate, ma quella dei fatti provati, che ancora si leggono. Taluno potrebbe osservare, e giustamente, che gli storici hanno formulato ipotesi azzardate per spiegare gli avvenimenti. Noi appunto non ascoltiamo queste ipotesi, fors’anche inventate, ma guardiamo i fatti nella loro presenza, nella loro struttura, nel loro senso ben preciso. Noi leggiamo la storia di Roma, guardandone le strutture, i percorsi, i tessuti delle case, la presenza dei quali è la sua stessa storia; e altrettanto accade per Venezia. E’ inutile farne la storia, perché essa si legge nella sua stessa struttura vivente, tutta chiara di fronte ai nostri occhi.”………. p.457 “Con questo richiamo concludiamo dunque il nostro esame del territorio, ricordando bene che esso è la nostra stessa nostra vita. Territorio, naturalmente, inteso al nostro modo e non come lo intendono oggi i documentaristi cinematografici o gli autori di albums turistici. Entrambi dimenticano che le loro immagini sono immagini di strutture, le quali sono ancor più di un semplice strutturare; sono organismo. Ci sono dunque i poli e le linee di forza, cioè i fatti oltreché verissimi e realissimi, anche e soprattutto umanissimi.”∑…. “…dobbiamo solamente sapere utilizzare quello che c’è già. Ecco la vera conquista, la vera civiltà: è la prima volta, nella sua lunga storia, che l’uomo si trova a questo cimento. Meditiamo dunque seriamente, quotidianamente questa lezione del reale, cercando di capirla, per la salvezza della nostra stessa vita.” Pubblicato in : Muratori S., “Autocoscienza e realtà nella storia delle ecumeni civili; lezioni 1971-72”, a cura di Guido Marinucci, Centro Studi di Storia Urbanistica, Roma 1976.

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