PASOLINI:UNA LEZIONE DI RESTAURO URBANO
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Estratto da: Messa in orbita dell’autocoscienza, lettura del reale: il territorio. Lezione tenuta da Saverio Muratori il 12 giugno 1972 p. 419 “……..ciò che noi intendiamo per territorio. Al fine di perseguire tale riconquista del concreto, tornerà ora molto utile la nostra qualità di figurativi, che ci deriva dal mestiere di architetti urbanisti. Però, ricordiamolo bene, non di figurativi romantici, vuoti inventori di forme decorative, ma di uomini concreti: il nostro mestiere dovrà essere completamente rovesciato rispetto alla visione dell’ultimo sviluppo soggettivista romantico, per il quale l’architetto era un velleitario, fantasioso inventore. Noi dobbiamo opporci a questa visione distorta e malata; e se vogliamo curare questa malattia, dobbiamo assolutamente ridurre la figura e il mestiere dell’architetto a qualcosa di logico: cioè alla esclusiva lettura del reale. Sappiamo bene che questa nostra posizione è dura e difficile, che il nostro discorso può apparire azzardato, perché esso violenta la natura stessa dell’uomo, nei suoi aspetti di soggettività personale, incapace di riconoscere i propri limiti.”………….. p.420 “…….invitiamo a tornare al nostro mestiere di architetti urbanisti, cioè a riflettere su come fare le nostre pianificazioni. Che cos’è dunque la pianificazione che ci attende? Non certo l’invenzione di cose nuove: se la pianificazione fosse solamente questo, cioè l’invenzione di cose ancora non fatte, allora sarebbe necessaria l’antipianificazione. Bisogna fare qualsiasi cosa, fuorché l’invenzione di cose nuove; la vera invenzione è il non inventare nulla. “……… p.427 “………torniamo al territorio, che è il banco di prova per riconoscere i limiti concreti delle nostre aperture ipotetiche, dei nostri discorsi filosofici e storici. E ci accorgeremo che questo banco di prova è un campionario ormai completo, che deve essere letto e ci deve servire, per cambiare finalmente il nostro modo di operare. E’ come se ci trovassimo in un ristorante di cibi pronti, in un self-service: non c’è altro da fare che leggere i cartellini delle pietanze e i prezzi. L’arte del cuoco è ormai finita. Per uscire dalla metafora, il momento delle invenzioni, che poteva essere stato, semmai, nel periodo di messa in orbita, è finito; ora siamo arrivati al tempo zero, al momento in cui dobbiamo solamente saper leggere. Questo è il vero lavoro, l’unico lavoro serio e degno di validità: l’acquisizione di una coscienza adeguata alla realtà in senso permanente. Ma saper leggere è cosa difficile: seppure non si perverrà mai ad una lettura completa del tutto, sarà almeno possibile leggere quanto è più adeguato alla nostra natura. Con questa intenzione dovremo quindi accingerci a leggere il territorio, fondendone i due aspetti geografico e storico, nell’unità di uomo più natura. Il territorio non dovrà pertanto essere considerato in senso strumentale, come materia prima da sfruttare o come fatto già acquisito da superare, ma dovrà essere letto come un risultato, con un atteggiamento di coscienza adeguata, quanto dire finale. In tal modo sarà possibile trovare nel territorio non solo il modo fisico, condizione della fisicità del corpo umano, ma anche la società umana, cioè la storia mentale dell’uomo. Questa storia, solidificata nella realtà territoriale, è il limite, la condizione perenne dell’uomo.” p.428 “Con questo orientamento, avviciniamoci dunque all’esame della nostra terra, che vista così, diviene insegnamento fondamentale: essa contiene non solo la coerenza di una struttura-fisica, animale, umana e poi civile, quindi scientifica, filosofica, religiosa-ma anche l’esplicitazione di tutti questi fatti, non più dati come ipotesi astratte del posibile, ma realizzati in concreto. Questi due termini-naturale e mentale-pur coincidenti nella realtà, hanno tuttavia due diversi tipi di equilibrio.” “Ecco dunque che se leggiamo separatamente una carta fisica ed una politica della stessa area, rileviamo che la prima parla il linguaggio della natura e la seconda quella degli uomini, sia pure condizionati dalla legge fisica. Ma quando uniremo queste due carte, facendo di quell’area un territorio, vedremo la mediazione dell’ottimo umano con l’ottimo naturale. Allora sarà possibile comprendere in che consiste la messa in orbita: è l’equilibrio ottimo dei due sistemi, che hanno il proprio massimo definito nella loro stessa natura.” p.434 “Ora, prima di illustrare le tavole delle diverse fasi civili territoriali dell’Europa, soffermiamoci ancora sulle nostre categorie di strutture territoriali: crinali, mezze coste, valli e pianure. Tali sono i modi con cui il suolo si oppone gradualmente alle esigenze generiche di fruimento; ma anche l’uso di esprime in quattro gradi di strutture, i percorsi, i tessuti, i nodi e i confini.”….. “Con questo orientamento, diventa molto istruttivo leggere una carta geografica, per piccola che sia, e meglio ancora una carta storico-geografica.”…. “Compresi dunque in questo modo i massimi e i minimi di rendimento territoriale, ci si rende conto di come si debba rispondere a chi venga a proporre-ad esempio-di fare un piano regolatore d’Italia. Invece di fare piani su piani-tutti astratti e in perdita- si dovrebbe rispondere così: ma il piano è già fatto e voi non lo sapete leggere; basta solamente fare le leggi adatte per vivere meglio possibile in un quadro difficile ma già tutto concluso. Forse potrà essere apportata qualche piccola variante locale, e si dovrà capire il probabile ciclo, forse inevitabile, tra un momento di caduta e un momento di massima armonia. Ecco la risposta: capire tutto questo e adeguarsi socialmente a questo procedimento, in modo di mettere a posto i nostri orologi con giusto criterio. Questo è il piano. Il nostro modo di ragionare non è rinunciatario, come taluno potrebbe pensare, perché permette di intervenire adeguatamente nella realtà. Pensate: oggi noi viviamo in un paese che forse ha l’unico difetto di essere troppo bello, armonico e ben fatto e, ciononostante, abbiamo la barbarie di non saperlo, di non capirlo, di sfruttarlo male, di rovinarlo. Mentre abbiamo viceversa la possibilità di integrarlo, per quel tanto che è giusto, e soprattutto di usare le cose già presenti con criterio e con intelligenza;e non certo elevando tutto il livello delle architetture a palazzo Farnese o quello delle città a Roma, perché in tal caso elimineremmo le giuste graduazioni e il nostro ambiente diventerebbe sicuramente più brutto. Queste sono le considerazioni che derivano dallo studio dei diversi gradi di uso del territorio. Ed è molto utile che esse giungano ora, dopo e non prima del nostro rapido esame della storia della civiltà. In tal modo esso prende un aspetto nuovo, perché lo stesso giudizio si trova in presenza di fatti indiscutibili, chiariti e contrapposti in un certo modo e soprattutto reali, in quanto la storia non è una opinione. Naturalmente non le storie interpretate, ma quella dei fatti provati, che ancora si leggono. Taluno potrebbe osservare, e giustamente, che gli storici hanno formulato ipotesi azzardate per spiegare gli avvenimenti. Noi appunto non ascoltiamo queste ipotesi, fors’anche inventate, ma guardiamo i fatti nella loro presenza, nella loro struttura, nel loro senso ben preciso. Noi leggiamo la storia di Roma, guardandone le strutture, i percorsi, i tessuti delle case, la presenza dei quali è la sua stessa storia; e altrettanto accade per Venezia. E’ inutile farne la storia, perché essa si legge nella sua stessa struttura vivente, tutta chiara di fronte ai nostri occhi.”………. p.457 “Con questo richiamo concludiamo dunque il nostro esame del territorio, ricordando bene che esso è la nostra stessa nostra vita. Territorio, naturalmente, inteso al nostro modo e non come lo intendono oggi i documentaristi cinematografici o gli autori di albums turistici. Entrambi dimenticano che le loro immagini sono immagini di strutture, le quali sono ancor più di un semplice strutturare; sono organismo. Ci sono dunque i poli e le linee di forza, cioè i fatti oltreché verissimi e realissimi, anche e soprattutto umanissimi.”∑…. “…dobbiamo solamente sapere utilizzare quello che c’è già. Ecco la vera conquista, la vera civiltà: è la prima volta, nella sua lunga storia, che l’uomo si trova a questo cimento. Meditiamo dunque seriamente, quotidianamente questa lezione del reale, cercando di capirla, per la salvezza della nostra stessa vita.” pubblicato In : Muratori S., “Autocoscienza e realtà nella storia delle ecumeni civili; lezioni 1971-72”, a cura di Guido Marinucci, Centro Studi di Storia Urbanistica, Roma 1976.
Quello che ho capito:
1.l'illuminazione dei dipinti è stata attuata tramite l'impiego di fonti luminose Led, che sappiamo fredde, costanti, economiche. Quanto alle caratteristiche di diffusione della luce sulla superficie dipinta non so se la provenienza è solo quella superiore, dal momento che la batteria superiore di punti luminosi rispetto alla tela l'ho potuta riscontrare, l'eventuale inferiore per bilanciare la presenza luminosa secondo un asse orizzontale no.
2.e' probabile che l'espediente di circoscrivere la presenza del dipinto e la sua illuminazione ad un microcontesto, in pratica ad un box circoscritto derivi principalmente dall'esigenza di nascondere i Led. Comunque, nel gioco della doppia illuminazione tra illuminazione dei dipinti e quella indipendente del contesto, attribuita a Luca Ronconi, in termini di cultura museografica l'allestimento su del Piombo pare allineato alle più corrette mostre allestite nel Palazzo Venezia e comunque nella linea di esigenza degli allestimenti in edifici storici (cfr. S.Ranellucci, Allestimento museale in edifici monumentali, ed. Kappa)
3.gran parte di critiche e recensioni mostra entusiasmo per i Led, ma non distingue tra la luce equilibrata e contenuta rivolta alle tele, e luce a forti caratteri cromatici rivolta alle pareti decorate delle sale. Questo è in sostanza il carattere più vistoso della mostra. Alcuni tra il pubblico hanno osservato che per la prima volta, nel loro visitare mostre a palazzo Venezia, hanno avuto l'occasione di capire le caratteristiche delle sale. Altri hanno osservato che le illuminazioni fortemente colorate risultavano disturbanti e fuorvianti. L'illuminazione degli ambienti espositivi pare che sia di responsabilità di Sebastiano Girardi, insieme agli aspetti grafici, operativi, d'impaginazione generale e d'esecuzione.
4.in quanto a questo aspetto il giudizio non può che sdoppiarsi. Da un lato un atteggiamento creativo che non sia sottoposto a vincoli di filologia sembra poter aprire nuove prospettive in tema di allestimento. Dall'altro, per quel che i padri della museografia moderna ci hanno insegnato, dal dopoguerra in poi, un'illuminazione distinta sulle opere, ed una distinta sull'opera ospitante, debbono essere entrambe ossequiose in ogni momento del documento al quale sono rivolte. Pena, il rischio di un eclettismo acritico da “Suoni e luci” d'altri tempi. Ricordate ai Fori e a Caracalla?
5.Terremo d'occhio i futuri allestimenti del maturo e celebrato Ronconi e del giovane e del meno nominato (ma molto operativo) Sebastiano Girardi.
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