PERETA: ANTICO MODERNO ODIERNO CONTEMPORANEO

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Segnalazione, per la qualità dei contenuti, e per lo spirito e il taglio delle scelte critiche, della rivista: "ifioridelmale.it"

Sampietrini: una questione di precisi modelli di cantiere premoderno.

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Una esasperazione del processi degenerativi che concernono la posa dei cosiddetti sampietrini  sta a Roma in piazza di Pietra. Laddove il divorzio tra Roma e il sampietrino si è definitivamente compiuto. Dal momento che i formati che lì compaiono riproducono solo in apparenza la trama dei solidi blocchetti che accompagnavano la città da tanti secoli.

Poche persone  si soffermano ad osservare che quelli che contraddistinguono la piazza in realtà non sono i tradizionali blocchetti grigi, ma  piastrelline tutte superficiali utilizzate solo per fare disegno.

Mentre nel sampietrino la dimensione verticale, intorno ai dodici centimetri  è necessaria e strutturale. In quanto è un'adeguata superficie di aderenza con la sabbia e con le altre facce vicine che determina la condizione di solidità della posa. In effetti ad essere necessaria è la spinta tra un blocchetto e l'altro. Allorchè i blocchetti procedono affiancati l'uno all'altro per file parallele può anche finire per risultare insufficiente la componente di spinta orizzontale che li lega. Dall'esigenza di determinare con la struttura di posa una componente centripeta in contrasto all'allentamento, nascono tutte le conformazioni formali che si trovano nei tratti di pavimentazioni rimasti piu' fedeli alle pose tradizionali. Naturalmente i giovani architetti che sfogliano i cataloghi con le composizioni premontate per pannelli, quelli magari in cui un disegno a coda di pavone è addirittura posto in risalto da colori diversificati, sono indotti a ritenere che quelle conformazioni nascano da esigenze puramente estetiche. Mentre invece la tradizionale posa a coda di pavone, ed anche quella con archi concentrici sono alcune tra quelle concepite nei secoli per tenere bloccati i cubetti interni alla campitura. In tal senso risulta sconsigliabile una posa libera con filari paralleli priva di una doppia cornice esterna del campo posta con i pezzi ad orientamento in diagonale. Su questa logica dei pezzi interni ad una campitura che necessitano di una cintura di contenimento per aree racchiuse, concepita per secoli per mantenere la stabilità delle pavimentazioni esterne, c'è da osservare molto anche uscendo dalla logica del sampietrino, e osservando i rivestimenti pavimentali delle piazze toscane in laterizio a spina di pesce, disposto per aree concluse, dal che per l'appunto esse ricevono compattezza. Piazza del Campo da questa concezione  di partenza finalizzata ad una solidità costruttiva riceve la fisionomia formale stupenda, alla quale finalità costruttiva  si aggiungono le esigenze di raccogliere le acque al centro nella porzione più bassa. Basterebbe agli architetti perdere una giornata a Piazza del Campo e a Sovana per capire tutto, in termini di rivestimento degli spazi esterni. E ad Alberobello, dove campiture ad anello di “chianche” mantengono la compattezza dell'area centrale al campo, quella nella quale robuste schegge di “pietra ficcata” mantengono una loro compatezza ad onta delle conformazione irregolare e del loro minor pregio. Ma il progettista di piazza di Pietra a Roma ha ignorato queste logiche formali strettamente connesse alla robustezza e ai destini di lunga durata delle pavimentazioni antiche. Ed ha ritenuto di  “creare”, laddove per creare occorrerebbe conoscere le regole del Mestiere, quelle che il Mastro conosceva a memoria. A Piazza di Pietra i sampietrini-pseudo (non dimentichiamo che ne esistono meno ingombranti, perfino di produzione cinese, forse) oltre a non rispettare le regole dello spessore, non rispettano neppure quelle del formato. E quelle fasce nate per determinare controspinte di irrigidimento, una volta trasformate da conci a forte spessore in elementi spessi solo un paio di centimetri, sono incredibilmente ritagliate con le forbicine, a piazza di Pietra persino, verificare per credere,  secondo andamenti diagonali. Così che i pezzi piu' piccoli, come se fossero appiccicati con il vinavil, non riescono piu' a contribuire al bloccaggio delle unità interne al campo, ma neppure più a quello del singolo pezzetto. E infatti tutto si distacca, cosicche' sono i venditori ambulanti locali a tentare di rattoppare le buche con tecnica coerente con quella del "sapiente" architetto progettista, con pietose sagome di cartone e adesivo da pacchi. Del resto gli odierni progettisti, così come il pietoso venditore ambulante, non hanno mai nella loro vita stretto la mano callosa ma sapiente  dell'analfabeta Mastro Zabaglia, capo nel cantiere di San Pietro, ma piuttosto, quanto meno i primi,  sfogliato molte pagine  di resoconti a paginone di opere di archistar. Pertanto essi  ritengono che i sampietrini stiano lì per essere ritagliati per trame a retino con andamenti bizzarri sul loro display, senza alcuna regola costruttiva da rispettare. Essendo le  tipologie costruttive del cantiere premoderno le grandi sconoscciute. Ma in tutta Roma si vanno estendendo le suddette degenerazioni.

Recentemente i progettisti, anziché aderire all'esigenza di incatenare sostanzialmente tramite la logica delle campiture ad incastro i sampietrini, hanno ritenuto di contaminare la logica del tradizionale blocchetto romano con altre pezzature planimetricamente  maggiori di formato più libero, un po' come si fa per avere effetti divertenti con le piastrelle sulla parete della vasca da bagno. Neppure la pavimentazione di piazza S.Ignazio rispetta la logica delle code di pavone (quelle vere) o dei riquadri. Costituendo l'inedito ellittico pavimentale un sostitutivo tutto formale, solo formale, di nessun senso rispetto all'adesione dei sampietrini (ma fa fine). Analoghe modalita' di posa illogiche sotto il profilo costruttivo non cambiano in tante strade ad andamento longitudinale. Nelle quali il formalismo attuato non concorre ad alcun effetto irrigidente. Essendo esso stato segnato in quelle strade, con un paio di file a spina di pesce le quali, per non avere spessore adeguato, e per non sussistere la conclusione della campitura, finisce per determinare un' ulteriore condizione di slegatura. Tanto più che nelle fasce esterne della strada il completamento, determinando un'ulteriore condizione di discontinuità, è realizzato con piastrelle venti-venti cm.  in diagonale di basso spessore e percio' ulteriormente slegate. Il che determina il fatto che una stratificazione di sampietrini, la quale concepita secondo le regole e lo spessore giusti, costituisce un effettivo rigidissimo solaio di pietra,  concepita di formati differenti, privi di una logica di fasce e campiture, risulta estremamente debole. Se si vuole attentare alla compattezza di una pavimentazione stradale in sampietrini notoriamente l'operazione da fare è quella di scalzare un solo sampietrino facendo leva verso l'alto ed estraendolo. Il che mina l'efficace equilibrio tra le componenti di forza orizzontali.
Per concludere vale la considerazione secondo cui un intervento di riparazione alla continuità dei contrasti, nel caso di formazione di una buca, è sempre possibile nel rispetto della logica degli equilibri di forza, e del cuci e scuci, mentre la riparazione per “toppe” di asfalto determina di norma esiti terribili e fallimentari in termini di ricostituzione della continuità.

Per quanto riguarda infine lla modalità della stesura di  colate d'asfalto nel centro cittadino  e magari isole di sampietrini in periferia per bellezza, oppure l'ipotesi di vendere i sampietrini ai turisti, crediamo che ci sia da arrossire al solo concepire queste ipotesi folcloristiche.

 

In rapporto alle suddette drammatiche condizioni, per soccorrere Architetti moderni, imprese edili, politici sprovveduti, sindachesse ingenue, ho  ritenuto di mettere a loro disposizione quanto negli anni ho appreso, studiando, insegnando, lavorando, mettendolo a disposizione in:

S. Ranellucci, Manuale del recupero della regione Abruzzo, I e II, ed. DEI

S. Ranellucci, Manuale del recupero della Regione  Marche, ed. DEI

S. Ranellucci, Manuale del recupero dell'Abruzzo, terzo volume, ed. Gangemi

S. Ranellucci, Manuale del recupero dei borghi della Maremma grossetana, in preparazione.

S. Ranellucci, Restauro urbano armonico, ed. Gangemi

con introduzioni di L.Benevolo, P.L.Cervellati, P.Marconi.

Nel grafico: rilievi di pavimentazioni in pietra.

FESTEGGIAMO PER IL SINDACO SGARBI A SUTRI E PER IL SINDACO CINELLI A MAGLIANO IN TOSCANA 27.06.2018

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Il problema della conservazione dei borghi sembrerebbe consistere soprattutto nell’abbandono dei piccolissimi agglomerati sui monti. Problematiche di questo tipo Kilgren e Cucinelli hanno dimostrato di saperle brillantemente risolvere, sottraendole alle voglie di modernizzazione di certi sindaci e certi architetti, risolvendoli per quanto concerne i casi da loro affrontati in una chiave esclusiva di mantenimento nell’antico. Cosicche’ i rischi maggiori potremmo ritenere che li corrano i borghi delle fasce pedemontane e costiere, che assessori eccitati modernisti puntano a “rivitalizzare” per il turismo di massa della domenica. Per quei turisti che gli assessorati si sforzano di convincere a percorrere le mura in un percorso di circonvallazione, o a salire su una torre scomodissima, adattata tramite interventi fastidiosi da archistar, vogliosi di introdurre nell’antico il corten, l’acciaio, il cemento. Cosicchè ecco lì che in quei fragili paesini ci si affretta a spendere per la“ristrutturazione” della torre e delle mura. Non tenendo conto che una tipologia storica che non è il caso di toccare è quella della Torre. La quale, poco piu’ alta di uno dei Sette nani rispetto alla distanza dalle stelle, non è detto che possa giovare ad iniziative quali la possibilità di una“ristrutturazione” ad Osservatorio astronomico. Come se potesse giovare all’osservazione di stelle a distanze enormi di milioni di anni luce, lo sforzo di sollevarsi con fatica di qualche metro. Uno sforzo che a Pereta, in Maremma, quella “ristrutturazione” richiederà l’aggiunta di una scala moderna di sei metri che certamente rendera’ meno antico il borgo; che richiedera’ in sommità solai di cemento e reti elettrosaldate per sostenere attrezzature e visitatori con le loro birre. Che consentirà di verificare se l’esperienza della torre di Santo Stefano di Sessanio, appesantita in sommita’ dalla Soprintendenza, si riuscirà a ripetere integralmente, magari con conseguente indotto crollo.

Per cui abbiamo letto con soddisfazione del programma preliminare di Sgarbi, neosindaco di Sutri, che contrappone la sua volontà di liberare il borgo da qualunque bruttezza, dai fili sulle facciate, dalle brutte antenne e dai comignoli di amianto sui tetti. Il sindaco Sgarbi non dichiara di puntare agli sventramenti e alle liberazioni monumentali per realizzare circonvallazioni, ma proclama di volere eliminare il cemento e le altre violenze moderne che determinano l’imbruttimento. Dal suo programma si deduce che Sgarbi, per quanto concerne la politica dei borghi è, mi permetto di osservare, nella nostra linea, quella fondata da Benevolo, Cervellati e Marconi. Che non ha la “rivitalizzazione” quale obiettivo nei borghi, ma che mira al “recupero della bellezza” delle lavorazioni del cantiere premoderno.
Ma noi abbiamo fiducia nel nuovo-vecchio sindaco Cinelli, in Maremma, che le sue inedite prospettive inerenti la sicurezza, e le viseosorveglianze, possano passare grazie al suo operato per il recupero della bellezza, del senso dell'antico, del recupero di ogni connotazione propria delle lavorazioni premoderne dei vecchi mastri maremmani.
Cosicché Pereta, Magliano e persino Montiano, per troppi aspetti ferita a morte, possano tornare al recupero di tutti gli aspetti minuti della loro bellezza antica.

Ricordando che attraverso la rivalutazione della bellezza non soltanto la mente e il cuore stanno meglio, ma anche la pancia.
Sandro Ranellucci prof.

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